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Il popolo che vive sotto la Tunisia che conosciamo

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Il popolo che vive
sotto la Tunisia che conosciamo

In poche decine di villaggi del Sud, tra le grotte di Matmata e le granaglie di pietra di Chenini, sopravvive una lingua più antica dell’arabo che oggi si sente per le strade di Tunisi. Si chiamano Amazigh — “uomini liberi” — e sono la componente più originaria, e più dimenticata, della popolazione tunisina

Chi ha vissuto in Tunisia, chi ci ha passato una vacanza o anche solo qualche mese di lavoro, difficilmente si è imbattuto nella parola “Amazigh”. Eppure basta lasciare la costa, superare Gabès e addentrarsi tra le colline pietrose di Tataouine, per scoprire villaggi dove l’arabo è la seconda lingua e la prima si chiama tamazight, chelha, o semplicemente “la lingua dei nonni”. È una delle sorprese più comuni tra chi crede di conoscere bene questo Paese: la Tunisia non è mai stata soltanto araba.

01 Chi sono gli Amazigh

Il termine Amazigh — al plurale Imazighen, “uomini liberi” — indica le popolazioni autoctone del Nord Africa, note in Occidente con il nome, oggi considerato meno appropriato, di “berberi”. La lingua condivisa, il tamazight, è in realtà una base linguistica comune da cui derivano i diversi idiomi ancora parlati da popolazioni sparse su un territorio che oggi attraversa una decina di Stati africani. Conosciuti nell’antichità con nomi diversi a seconda dei popoli che li osservavano dall’esterno — Libici, Mazices, Numidi, Getuli, Garamanti — gli Amazigh occupano storicamente un’area vastissima, dall’Oceano Atlantico all’oasi di Siwa in Egitto, dal Mediterraneo al fiume Niger, per un’estensione di quasi cinque milioni di chilometri quadrati.

La scelta di usare “Amazigh” al posto di “berbero” nasce dal fatto che, tra le molte denominazioni assunte nel tempo da queste popolazioni, quella di Amazigh — o sue varianti — è la più ricorrente, dal Marocco fino ai Tuareg del Sahara, che si definiscono “Amacegh”. In Tunisia questa eredità non è un capitolo chiuso della storia antica: è una minoranza viva, per quanto sempre più esigua.

02 Dove sopravvivono, oggi

Le regioni amazighofone tunisine sono poche e concentrate nel Sud del Paese. Secondo le stime disponibili, i berberofoni tunisini rappresentano una minoranza molto ristretta — poco più di 50.000 persone secondo alcune fonti locali, mentre l’Unesco ne stima un numero più contenuto: cifre che, comunque le si legga, confermano quanto questa comunità sia oggi minoritaria all’interno di una popolazione nazionale arabofona al 98%.

Governatorato di Tataouine
Chenini & Douiret
Villaggi-ksour di montagna, granai a nido d’ape (ghorfa)
Governatorato di Gabès
Matmata, Toujane, Tamezret
Villaggi trogloditici, ancora parzialmente tamazightofoni
Isola di Djerba
Guellala, Ajim, Sedouikech
Dialetto jerbi, in ritirata ma vivo tra gli anziani
Governatorato di Gafsa
Sened
Un secolo fa interamente berberofono, oggi quasi estinto

A Tataouine e nei villaggi-ksour della zona — Chenini, Douiret, Ghomrassen — il tamazight resta la prima lingua parlata in casa, mentre a Matmata, reso celebre anche dal cinema come ambientazione dei primi film di Guerre Stellari, la lingua è ancora parzialmente viva. Non si tratta, come spesso si crede, di semplici sopravvivenze folkloristiche: sono lingue di lavoro in villaggi di lavoro, non relitti da museo — anche se, riconoscono gli studiosi, la traiettoria è chiara: una generazione fa il tamazight veniva parlato da un numero di tunisini tre o quattro volte superiore a quello di oggi.

~1%
della popolazione tunisina
6
varietà dialettali censite nel Sud
0
riconoscimento ufficiale nella scuola pubblica

03 Una storia più antica dell’arabizzazione

Le prime tracce di insediamento umano in Tunisia sono state trovate nella regione meridionale, presso l’oasi di Kebili, e risalgono a circa 200.000 anni fa: i primi abitanti noti del territorio furono per l’appunto tribù berbere. Storicamente gli Amazigh ebbero un ruolo attivo nell’agricoltura, nell’artigianato e nel commercio, ben prima che fenici, romani, vandali, bizantini, arabi, ottomani e francesi si succedessero come potenze dominanti. È una lettura importante, oggi condivisa da parte della storiografia: le grandi conquiste che scandiscono i libri di scuola descrivono strati successivi di potere, non popolazioni sostituite l’una all’altra. Chi viveva su quella terra, nella maggior parte dei casi, è rimasto, assorbendo ogni nuovo arrivo.

Prima dell’VIII secolo
Le tribù amazigh sono la popolazione maggioritaria del Nord Africa, con una propria organizzazione tribale e, in brevi periodi della storia, propri regni indipendenti.
Indipendenza e nation-building
Lo Stato tunisino post-coloniale costruisce la propria identità nazionale attorno a un’ideologia arabo-musulmana unitaria, che lascia poco spazio al riconoscimento delle specificità amazigh.
2003
Il Comitato ONU per l’eliminazione della discriminazione razziale rileva l’assenza di qualunque menzione della componente berbera nei rapporti ufficiali tunisini, e raccomanda allo Stato maggiore attenzione verso questa parte della popolazione.
Aprile 2011
Poche settimane dopo la caduta di Ben Ali nasce, dietro le quinte di un incontro preparatorio del Congresso mondiale amazigh tenuto simbolicamente a Tataouine, la prima Associazione tunisina per la cultura amazigh (ATCA).
2015
Nel giro di tre anni sorgono diverse associazioni nelle regioni amazighofone: all’inizio del 2015 se ne contano quasi dieci in tutto il Paese, tra Tunisi, Djerba, Douiret, Chenini, Tamezret, Taoujout e Zraoua.

Non sono resti folkloristici destinati alle cartoline. Sono lingue ancora parlate in case ancora abitate, in villaggi che continuano a lavorare la terra e la pietra come hanno sempre fatto.
Sintesi del quadro emerso da più fonti giornalistiche e accademiche sulla Tunisia del Sud

04 La lingua: chelha, tamazight, e un alfabeto quasi scomparso

In Tunisia esistono attualmente sei varietà dialettali della lingua, parlate in altrettante regioni del Sud: Sened (ormai scomparsa), Tamezret, Taoujout, Djerba, Zraoua, Douiret e Chenini/Tataouine. Linguisticamente, l’insieme dei parlari berberi di Tunisia appartiene, insieme al berbero della città libica di Zouara, alla famiglia dei parlari zenati orientali — un dettaglio tecnico che conta, perché lega la Tunisia meridionale a un continuum linguistico che attraversa il confine con la Libia, ben più che con l’Algeria o il Marocco.

A differenza del Marocco, dove il tamazight è oggi lingua ufficiale riconosciuta in Costituzione, in Tunisia il berbero non ha mai avuto uno status linguistico ufficiale e non viene insegnato in nessuna scuola, se non episodicamente in qualche villaggio a maggioranza berbera assoluta. Per decenni, ricorda chi ha vissuto quella stagione, parlare questa lingua in pubblico è stato quasi un tabù sociale.

Un ruolo centrale nella sopravvivenza della lingua spetta alle donne: nell’intimità della casa, il menzel, o nei momenti collettivi della filatura della lana al khouṣ, il tamazight è rimasto la lingua della quotidianità, dei racconti e dell’educazione dei più piccoli, soprattutto a Djerba. L’isolamento geografico dell’isola, separata dalla terraferma dagli stretti passaggi di Ajim ed El Kantara, ha funzionato per secoli come un vero conservatorio culturale.

Tre parole di tamazight djerbino

Tadzīrī
La luna
Tūffūyt
Il sole
Amèn
L’acqua

Parole semplici, legate alla vita quotidiana dell’isola: il sole e l’acqua come fonti di vita, la luna come misura del tempo.

05 Riti, tessuti e un capodanno che pochi festeggiano

Le tradizioni amazigh in Tunisia non si esauriscono nella lingua. A Djerba, per esempio, la comunità berbera è in gran parte di rito ibadita, una corrente minoritaria dell’Islam con moschee e architetture religiose proprie, distinte dal resto del Paese a maggioranza sunnita. Nei villaggi del Sud sopravvivono inoltre pratiche artigianali antiche — la tessitura e la filatura della lana, la lavorazione della ceramica a Guellala — trasmesse ancora oggi di madre in figlia.

Anche il tatuaggio tradizionale, un tempo diffuso soprattutto tra le donne amazigh come segno identitario e ornamentale, è oggi considerato blasfemo dagli ambienti più conservatori del Paese, pur continuando ad attrarre sia i giovani sia i meno giovani in cerca di un legame con quella eredità.

Ogni anno, tra la metà e la fine di gennaio, gli Amazigh di tutto il Nord Africa festeggiano Yennayer, il capodanno amazigh legato al calendario agrario. In Tunisia, tuttavia, questa data non è ancora riconosciuta come festività ufficiale. Negli ultimi anni un festival artistico chiamato “Tumast” ha riunito artisti di tutto il Nord Africa proprio per promuovere la lingua e la cultura amazigh nel Paese — un piccolo segnale di visibilità in un contesto che resta, nel complesso, defilato.

06 Una causa difficile da rivendicare

Rispetto ai Paesi vicini, la dimensione culturale amazigh in Tunisia resta molto debole: le regioni amazighofone sono ristrette, il numero di parlanti chelha continua a calare, e le urgenze della transizione democratica — terrorismo, crisi economica — relegano questa causa, per quanto nobile, in secondo piano. Anche la narrazione nazionale della diversità culturale tunisina, storicamente poco conflittuale, rende paradossalmente più difficile politicizzare la causa amazigh: non essendoci mai stato un conflitto aperto, manca anche la leva per una rivendicazione forte.

Nelle scuole delle regioni amazighofone, molti bambini cresciuti parlando solo tamazight in casa si trovano ad affrontare, all’ingresso a scuola, una lingua di insegnamento — l’arabo — che non comprendono ancora del tutto. Spesso, inoltre, gli stessi insegnanti non parlano tamazight, perché provengono da altre regioni del Paese: un dettaglio amministrativo che, sommato agli altri, spiega perché la trasmissione della lingua stia arretrando di generazione in generazione.

Il popolo che vive in Tamazgha, si potrebbe dire con una battuta, è già amazigh — che lo sappia o no.

Eco della tesi discussa dallo storico tunisino Mohamed Saad Chibani

07 Perché questa storia riguarda anche chi la Tunisia crede di conoscerla

Non è un caso che tanti visitatori, anche affezionati, non abbiano mai sentito parlare degli Amazigh tunisini: la loro invisibilità è, in parte, il risultato di scelte politiche precise, prese nei decenni successivi all’indipendenza. Ma è anche il segno di una geografia particolare — comunità piccole, arroccate, lontane dalle rotte turistiche più battute della costa. Andare a cercarle, tra i granai di pietra di Chenini o le case sotterranee di Matmata, significa scoprire che la Tunisia più autentica non è mai stata un blocco unico: è la somma di strati che continuano, silenziosamente, a convivere.

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