A un passo dalla mezzanotte
Come si sta sgretolando, fatto dopo fatto, il patto del dopoguerra che doveva impedirci un'altra guerra mondiale
di Leo Mila — Direttore, AboutMagazine.it — 10 agosto 2026
Questo non è un articolo di cronaca. È un punto di vista — il mio — costruito su fatti verificati, non su sensazioni. Da anni guardo al Mediterraneo, al mondo arabo e islamico, come alla mia bussola professionale. Da qualche mese, però, fatico a riconoscere l'architettura internazionale in cui sono cresciuto. Provo a spiegare perché.
Nel 1945, cinquantuno Paesi usciti da una guerra che aveva ucciso decine di milioni di persone si misero d'accordo su una cosa sola: mai più. Mai più la forza come primo linguaggio della politica tra Stati. Mai più un capo di governo sopra il diritto internazionale.
— Lo spirito della Carta di San Francisco, 19451945: la promessa che doveva reggere per sempre
Non è retorica ricordarlo: l'ordine in cui siamo nati — io, chi mi legge, i nostri genitori — non è un dato di natura. È stato costruito a tavolino, dopo che l'Europa e l'Asia avevano contato i propri morti a decine di milioni, perché un solo uomo con potere assoluto e nessuno disposto a fermarlo in tempo aveva potuto trascinare il pianeta nell'abisso. La Carta delle Nazioni Unite vietò l'uso della forza tra Stati salvo legittima difesa o autorizzazione del Consiglio di Sicurezza. Norimberga stabilì che la guerra d'aggressione è un crimine, non una scelta politica come un'altra. Per ottant'anni — tra guerre per procura, invasioni ingiuste, ipocrisie enormi — quell'architettura ha comunque retto come cornice, come limite che nessuno, nemmeno le potenze più forti, dichiarava apertamente di voler abbattere.
Oggi la cornice scricchiola. E scricchiola non per mano di un dittatore isolato in un bunker, ma per mano dell'uomo che siede nell'Ufficio Ovale — il più potente del pianeta, alla guida del Paese che quella cornice l'aveva disegnata.
Un anno di scosse: quello che dicono i fatti
Non parto da un'impressione. Parto da un rapporto uscito a gennaio 2026, a un anno esatto dall'inizio del secondo mandato: Amnesty International ha pubblicato Ringing the Alarm Bells, quarantasei pagine che documentano dodici aree in cui l'amministrazione Trump starebbe, testualmente, "incrinando i pilastri di una società libera".[1] Non un think tank di parte: la stessa organizzazione che da decenni cataloga la deriva autoritaria in decine di Paesi nel mondo, dal Venezuela all'Ungheria, oggi applica la stessa griglia di analisi agli Stati Uniti.
Restrizione della libertà di stampa e di manifestazione. Pressioni su università e studenti per le proteste pro-palestinesi. Migliaia di visti revocati. Impiego dell'esercito nel controllo delle proteste interne. Attacchi verbali e procedurali contro giudici che bloccano gli ordini esecutivi. Non sono io a definirli così: è il linguaggio tecnico dei rapporti sui diritti umani, lo stesso che uso quando scrivo di regimi autoritari nel mondo arabo. La differenza, questa volta, è che sto scrivendo degli Stati Uniti d'America.
Caracas, la notte in cui la forza ha sostituito il diritto
Alle prime ore del 3 gennaio 2026, forze speciali statunitensi hanno colpito Caracas, disattivato la difesa aerea venezuelana e catturato il presidente Nicolás Maduro insieme alla moglie, portandoli fisicamente fuori dal Paese. Nessuna risoluzione del Consiglio di Sicurezza ONU. Nessun consenso del governo venezuelano, per ovvie ragioni. Trump ha parlato di un'operazione contro il narcotraffico; ha anche dichiarato, testualmente, che gli Stati Uniti "avrebbero gestito" il Paese fino a una transizione.[2]
La reazione internazionale è stata quasi unanime nel definirla, nella migliore delle ipotesi, giuridicamente ambigua. La Cina ha parlato apertamente di atto egemonico in violazione della sovranità venezuelana. La Russia ha evocato, in sede di Consiglio di Sicurezza, il rischio di un ritorno a un'epoca di prevaricazione e caos internazionale.[3] Anche Francia, Messico, Colombia e Brasile — non certo alleati di Maduro — hanno espresso preoccupazione per il precedente creato. Le Nazioni Unite si sono dette "profondamente allarmate". Non sto scegliendo le fonti più critiche a disposizione: sto descrivendo il coro pressoché completo della comunità internazionale, alleati inclusi.
Teheran, la soglia che pensavamo invalicabile
Meno di due mesi dopo, il 28 febbraio 2026, un'operazione congiunta israelo-statunitense ha colpito Teheran e ucciso la Guida Suprema iraniana, Ali Khamenei, insieme a diversi vertici militari e — secondo fonti iraniane — familiari stretti dello stesso Khamenei.[4] È la prima volta nella storia recente che una potenza occidentale elimina fisicamente il vertice supremo di uno Stato dotato di ambizioni nucleari. Teheran ha risposto con un'ondata di rappresaglie contro Israele e basi americane nella regione; un'autorità iraniana ha parlato di oltre cento vittime civili in un solo attacco su una scuola vicina a un'installazione militare, cifra che non ho potuto verificare in modo indipendente e che riporto con la cautela che merita.
Negli Stati Uniti, due tentativi di far votare al Congresso una War Powers Resolution che vincolasse l'azione militare del presidente sono falliti per pochi voti, prima al Senato e poi alla Camera.[5] Non per un plebiscito di consenso: per la difficoltà strutturale, ormai nota da decenni, di un Congresso a riprendersi un potere di guerra che ha ceduto pezzo dopo pezzo dal Vietnam in poi. Un cessate il fuoco mediato dal Pakistan è arrivato solo a giugno, e resta fragile.
Pechino, Mosca, Pyongyang: chi guarda, studia
Qui arrivo al punto che mi toglie il sonno più di ogni singolo episodio. Non è cosa succede a Caracas o a Teheran. È chi sta a guardare, e cosa impara.
Kim Jong-un ha giustificato pubblicamente l'accelerazione del programma missilistico e nucleare nordcoreano richiamando espressamente "la recente crisi geopolitica" e "i complicati eventi internazionali" in corso.[6] Non è propaganda vuota: è un dittatore che dice apertamente, ai propri generali e al mondo, che l'instabilità altrui è la sua occasione. Dopo l'attacco a Caracas, Pyongyang ha definito l'operazione americana l'ennesima prova della natura "canaglia e brutale" degli Stati Uniti — parole che suonano ironiche in bocca a quel regime, ma che rivelano comunque come ogni mossa venga letta, misurata, incorporata nel proprio calcolo strategico.
Su Pechino, onestamente, gli analisti sono divisi, e la correttezza intellettuale mi impone di dirlo: alcuni centri studi ritengono che le operazioni di Caracas e Teheran offrano alla Cina una sorta di manuale tattico da studiare in vista di Taiwan; altri sostengono che il calcolo di Pechino su Taiwan resti ancorato a variabili proprie — economia, coesione interna, rischio di isolamento globale — poco toccate da eventi altrove.[7] Quello su cui però quasi tutti concordano è più semplice e più inquietante: l'esercito cinese sta letteralmente "andando a scuola" — l'espressione è di un ex funzionario dei servizi americani — studiando ogni dettaglio tattico di entrambe le operazioni. Non serve credere in un attacco imminente a Taiwan per capire che questo, di per sé, è un fatto che dovrebbe preoccuparci.
Quello che ancora regge: la Corte, Gaza, i limiti che restano
Mi fermo qui un momento, perché scrivere un saggio critico non significa scrivere un atto d'accusa a senso unico, e i miei stessi standard editoriali mi impongono di bilanciare quello che vedo con quello che, invece, funziona ancora.
La Corte Suprema degli Stati Uniti — nominata in maggioranza da presidenti repubblicani, Trump incluso — ha bocciato due dei pilastri giuridici del suo secondo mandato: a febbraio 2026 ha stabilito che la legge sui poteri economici d'emergenza non autorizza dazi generalizzati imposti senza il Congresso; a giugno ha dichiarato incostituzionale il tentativo di cancellare la cittadinanza automatica per nascita, sancita dal Quattordicesimo Emendamento.[8] Sono due sconfitte nette, subite da un presidente che aveva scommesso sull'espansione del potere esecutivo. Significano che il sistema di pesi e contrappesi, per quanto sotto pressione, in America continua in parte a funzionare.
Allo stesso modo, il piano di pace per Gaza — venti punti, firmato a ottobre 2025, avallato dal Consiglio di Sicurezza ONU con la Risoluzione 2803, con il rientro degli ostaggi e un accordo, per quanto fragile, sul disarmo di Hamas — resta, nonostante l'implementazione lenta e le violazioni denunciate sul terreno, il primo vero tentativo diplomatico multilaterale in due anni di guerra.[9] Chi guarda solo al peggio rischia di perdere di vista la strada, per quanto stretta, verso qualcosa di meglio. Lo dico da chi sul Mediterraneo e sul mondo arabo-musulmano ha costruito una parte della propria vita professionale: la diplomazia imperfetta resta sempre preferibile al silenzio delle armi.
Il paragone che mi viene in mente, e perché mi fermo lì
Devo essere onesto su un punto, perché il lettore lo merita. Quando guardo la sequenza di questi mesi — il potere che si espande senza una strategia dichiarata, le istituzioni di controllo attaccate una dopo l'altra, la forza militare usata come primo strumento anziché come ultima risorsa — il paragone storico che mi si affaccia alla mente è quello con l'Europa degli anni Trenta. Non lo nascondo, perché sarebbe disonesto verso chi legge.
Ma qui devo fermarmi, e lo faccio consapevolmente. Gli storici che studiano il nazismo per mestiere — non i commentatori da social media — mettono in guardia da questo tipo di analogie con un argomento che trovo convincente: la Shoah e la macchina di sterminio hitleriana restano, nella storia moderna, un evento di scala e natura uniche, e chi le evoca con leggerezza rischia di banalizzarle, oltre che di indebolire il proprio stesso argomento.[10] Non sto scrivendo che stiamo rivivendo il 1933. Sarebbe falso, oltre che irrispettoso verso chi in quegli anni ha davvero perso tutto.
Quello che gli stessi storici cauti riconoscono, però, è che certi segnali — l'attacco sistematico ai tribunali, alla stampa, alle università, la ricerca di nemici interni da colpire, la normalizzazione della forza come prima risposta — funzionano come campanelli d'allarme utili, indipendentemente da dove porteranno. Non uso Hitler come previsione. Lo uso come promemoria del perché, nel 1945, abbiamo scritto quelle regole: per non dover più fidarci del giudizio di un solo uomo su quando la forza sia giustificata.
Cosa rischiamo restando in silenzio
Non so — nessuno lo sa davvero — cosa sarà il mondo tra cinque anni. Chi scrive titoli di certezza sul futuro, in un senso o nell'altro, sta vendendo qualcosa che non possiede. Quello che so è più modesto e, credo, più utile: la storia non erode gli argini con un evento solo. Li erode con l'assuefazione — con il fatto che ogni singola notizia, presa da sola, sembra sempre gestibile, digeribile, "non poi così grave", finché la somma di dieci notizie gestibili non diventa un mondo irriconoscibile.
Il mestiere del giornalismo, in momenti come questo, non è predire l'apocalisse né rassicurare chi legge. È continuare a nominare le cose con precisione — un dazio illegittimo è un dazio illegittimo, una cattura senza mandato ONU è una cattura senza mandato ONU, un capo di Stato ucciso in un raid è un capo di Stato ucciso in un raid — così che tra vent'anni nessuno possa dire di non aver saputo, o di essere stato distratto dal like successivo.
Ho ragione a temere il peggio? Onestamente, non lo so con certezza — e diffido di chi, da una parte o dall'altra, la certezza la vende a buon mercato. So che le prove di un'erosione reale ci sono, verificabili, non inventate. So anche che i tribunali americani, per ora, hanno retto due volte su due. La domanda che mi pongo, e che lascio a chi legge, non è se andrà male. È più semplice, e più scomoda: se andasse male, saremmo stati tra chi ha guardato altrove, o tra chi lo ha detto per tempo?
Leo Mila è direttore di AboutMagazine.it. Le opinioni espresse in questo saggio sono personali.
Fonti
- Amnesty International USA, Ringing the Alarm Bells: Rising Authoritarian Practices and Erosion of Human Rights in the United States, gennaio 2026 — amnestyusa.org
- House of Commons Library, The US capture of Nicolás Maduro, luglio 2026 — commonslibrary.parliament.uk
- NBC News / Yahoo News, reazioni internazionali alla cattura di Maduro, gennaio 2026
- Council on Foreign Relations, Global Conflict Tracker — Iran, aggiornato agosto 2026 — cfr.org
- Lawfare, What Congressional Resolutions Mean for the War in Iran, giugno 2026 — lawfaremedia.org
- Al Jazeera, N Korea's Kim oversees hypersonic missile tests, cites geopolitical crisis, gennaio 2026 — aljazeera.com
- The Diplomat / CSIS / South China Morning Post, analisi sul calcolo cinese su Taiwan dopo le operazioni in Venezuela e Iran, gennaio–aprile 2026
- Brookings Institution e SCOTUSblog, sentenze della Corte Suprema su dazi IEEPA (20 febbraio 2026) e cittadinanza per nascita, Trump v. Barbara (30 giugno 2026) — brookings.edu, scotusblog.com
- Council on Foreign Relations, A Guide to the Gaza Peace Deal, agosto 2026 — cfr.org
- Cambridge Core / Central European History, An American Führer? Nazi Analogies and the Struggle to Explain Donald Trump; The Conversation, Trump-Hitler comparisons too easy and ignore the murderous history — cambridge.org







