Sorrise, ma i suoi occhi si stavano inumidendo.
“Ma non cercavo un pubblico per Instagram,” disse guardando Laura, che abbassò lo sguardo. “Non cercavo gente che lavorasse durante il pranzo,” aggiunse rivolgendosi a zio Pietro e Andrea. “Cercavo la mia famiglia. La cercavo qui,” toccò il suo cuore, “non lì,” indicò i telefoni sul tavolo.
Una lacrima le rigò la guancia. Non se la asciugò.
“L’anno prossimo avrò ottantadue anni,” disse. “Mio fratello ne ha settantotto. Marco, tu ne hai cinquantaquattro. Il tempo passa, che lo guardiate o no sui vostri schermi. Quanti Natali pensate che mi restino? Dieci? Cinque? Tre?”
La voce le si incrinò appena.
“E li vogliamo passare così? Seduti allo stesso tavolo ma ognuno in un mondo diverso?”
Il silenzio era assordante. Chiara aveva gli occhi lucidi. Marco si passò una mano sul viso, improvvisamente consapevole di quanto poco avesse guardato sua madre da quando era arrivato.
“Nonna, io…” iniziò Tommaso, ma non sapeva come continuare.
Rosa scosse la testa. “Non voglio scuse. Voglio voi. Solo voi. Qui. Adesso.”
Per un lungo momento nessuno si mosse. Poi Laura, lentamente, prese il suo telefono e lo girò a faccia in giù. Il gesto fu come rompere un incantesimo. Marco fece lo stesso. Poi Silvia. Poi, uno dopo l’altro, tutti i telefoni vennero girati.
“Non basta,” disse Tommaso alzandosi. Raccolse il suo telefono e quello di sua sorella. “Dove li mettiamo, nonna?”