Si alzò in silenzio e andò verso il mobile antico nell’angolo della sala. Nessuno la notò. Impostò il timer della cucina, quello vecchio a manovella che usava per i dolci, e lo mise sul tavolo.
Tornò a sedersi e aspettò.
Tre minuti dopo – aveva contato mentalmente mentre loro chattavano, scrollavano, digitavano – il timer esplose in un suono stridente.
DRIIIIIIIN.
Tutti si bloccarono. Le teste si alzarono di scatto, gli occhi confusi. Alcuni toccarono istintivamente i loro telefoni pensando fosse una chiamata. Chiara si tolse persino gli auricolari wireless che nessuno aveva notato.
“Cos’è?” chiese Marco guardandosi intorno.
Rosa si alzò lentamente. Le sue articolazioni scricchiolarono appena. Andò verso il timer e lo spense con un gesto deciso. Il silenzio che seguì fu totale. Questa volta diverso. Pesante come una coperta bagnata.
“Ho contato,” disse la nonna con voce ferma ma dolce, voltandosi verso di loro. I suoi occhi azzurri, ancora vivaci nonostante gli ottant’anni, passarono da un volto all’altro. “Siamo stati insieme quarantacinque minuti. Avete parlato tra voi solo tre minuti. Il resto eravate tutti nei vostri telefoni.”
Nessuno parlò. Laura aprì la bocca come per dire qualcosa, ma la richiuse subito. Andrea arrossì. Tommaso guardò il proprio telefono come se lo vedesse per la prima volta.
Rosa si rimise a sedere, con quella calma che solo gli anziani hanno quando devono dire cose importanti.
“Ho preparato questo pranzo da tre giorni,” continuò. La sua voce non tremava, ma c’era qualcosa in essa, una fragilità nascosta. “Ho stirato la tovaglia di mia madre, quella che usiamo solo a Natale. Ho cucinato i vostri piatti preferiti, quelli che ricordavo da quando eravate bambini. Marco, ti ricordi quando avevi sette anni e mi aiutavi a impastare? Laura, quando rubavi il cioccolato dal tiramisù prima che fosse pronto?”