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La sindrome di Charles Bonnet: quando la vista si spegne e il cervello continua a vedere

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La sindrome di Charles Bonnet: quando la vista si spegne e il cervello continua a vedere

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La sindrome di Charles Bonnet

Malattie rare e poco note · Neuroscienze della visione

La sindrome di Charles Bonnet: quando la vista si spegne e il cervello continua a vedere

Milioni di persone che hanno perso gran parte della vista convivono con allucinazioni visive vivide e ricorrenti, restando perfettamente lucide. È una delle condizioni neurologiche più fraintese in medicina — e, ancora oggi, una delle meno raccontate ai pazienti.

AboutMagazine · Salute e Benessere Lettura: 10 min Aggiornato agosto 2026
Spettro delle allucinazioni nella sindrome di Charles Bonnet Illustrazione che mostra la progressione da semplici forme geometriche luminose a immagini complesse e riconoscibili, come accade nelle allucinazioni della sindrome di Charles Bonnet.
Forme semplici Scene complesse

Dal lampo geometrico alla figura riconoscibile: lo spettro delle allucinazioni descritto dalla letteratura clinica sulla sindrome di Charles Bonnet.

C'è una donna anziana, in un salotto qualunque, che una sera nota un bambino vestito come un secolo fa, immobile vicino alla finestra. Poi si accorge di alcune persone senza volto, sedute sul divano. A volte l'intera stanza si trasforma, per qualche istante, in un luogo che non riconosce. Non sta impazzendo. Non ha la demenza. Sta perdendo la vista — e il suo cervello, lasciato improvvisamente senza immagini reali da elaborare, ha iniziato a costruirsele da solo.

È una delle storie più raccontate nella letteratura divulgativa britannica sul tema, quella della madre di Judith Potts, fondatrice della charity Esme's Umbrella, ma potrebbe essere la storia di milioni di persone in tutto il mondo. La differenza è che la maggior parte di loro non sa che questo fenomeno abbia un nome — né che sia stato descritto, per la prima volta, quasi 300 anni fa. Si chiama sindrome di Charles Bonnet, ed è una delle condizioni neurologiche più comuni, e insieme più ignorate, tra chi convive con una grave perdita della vista.

Secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità, circa 2,2 miliardi di persone nel mondo vivono con una qualche forma di disabilità visiva. Le stime più recenti indicano che decine di milioni di loro potrebbero sperimentare, prima o poi, le allucinazioni tipiche di questa sindrome — eppure la maggior parte non ne viene mai informata dal proprio oculista. Questo articolo nasce per colmare quel silenzio: cos'è davvero la sindrome di Charles Bonnet, perché accade, come riconoscerla e distinguerla da demenza o disturbi psichiatrici, e a chi rivolgersi, in Italia, se si sospetta di conviverci.

Le originiCos'è la sindrome di Charles Bonnet, la malattia che nessuno chiama malattia

Nel 1760 il naturalista svizzero Charles Bonnet descrisse il caso del nonno, Charles Lullin, magistrato ottantanovenne quasi completamente cieco per cataratta bilaterale. Lullin raccontava di vedere, con perfetta nitidezza, persone, uccelli e edifici che non esistevano — pur sapendo perfettamente che non fossero reali. Anni dopo, mentre la sua stessa vista si affievoliva, lo stesso Bonnet iniziò a sperimentare visioni simili.

Per quasi due secoli il fenomeno restò una curiosità clinica isolata. Fu solo tra gli anni '60 del Novecento che lo psichiatra svizzero Georges de Morsier coniò formalmente l'espressione sindrome di Charles Bonnet, per indicare allucinazioni visive complesse legate alla perdita della vista, esplicitamente in assenza di qualunque malattia psichiatrica. Una distinzione cruciale, che avrebbe impiegato decenni a entrare stabilmente nella pratica clinica quotidiana.

Il vero punto di svolta è arrivato solo di recente: nel 2018 l'OMS ha inserito la sindrome di Charles Bonnet nell'undicesima revisione della Classificazione Internazionale delle Malattie (ICD-11), assegnandole un codice diagnostico autonomo e riconoscendola, finalmente, come condizione a sé stante — distinta sia dai disturbi psichiatrici sia dai quadri di declino cognitivo.

1

Allucinazioni visive

Immagini semplici o complesse, percepite come reali nel momento in cui compaiono, ma riconosciute come illusorie.

2

Patologia oculare documentata

Una condizione accertata di perdita della vista: maculopatia, glaucoma, retinopatia diabetica, cataratta, danno del nervo ottico.

3

Cognizione integra

Nessun declino cognitivo, nessun disturbo psichiatrico: la persona sa, quasi sempre, che ciò che vede non è reale.

Il meccanismoPerché il cervello "accende le luci" quando gli occhi si spengono

In condizioni di vista integra, la retina invia continuamente segnali alla corteccia visiva, nella parte posteriore del cervello, che li traduce in immagini. Quando una malattia oculare — degenerazione maculare, glaucoma, retinopatia diabetica, distacco di retina, neuropatie ottiche — riduce o interrompe drasticamente quel flusso, la corteccia visiva non si limita a spegnersi: secondo l'ipotesi più accreditata, nota come teoria della deafferentazione, diventa paradossalmente iperattiva, generando spontaneamente immagini proprie.

La ricerca recente ha accostato questo meccanismo ad altri fenomeni sensoriali ben noti: l'arto fantasma di chi ha subito un'amputazione, o l'acufene di chi percepisce suoni in assenza di stimoli sonori esterni. In tutti e tre i casi, quando una via sensoriale viene interrotta, la regione cerebrale corrispondente non tace: genera un proprio segnale interno. Studi di neuroimaging pubblicati tra il 2024 e il 2025 hanno documentato alterazioni nella connettività funzionale e nell'equilibrio tra neurotrasmettitori eccitatori e inibitori nella corteccia visiva delle persone con la sindrome, offrendo un primo riscontro biologico diretto a questa ipotesi.

È un punto che gli specialisti tengono a sottolineare: si tratta della risposta fisiologica di un cervello sano a un input sensoriale mancante — non di un malfunzionamento della mente.

Il sintomoCosa si vede davvero: dai lampi geometrici ai volti nel salotto

La letteratura clinica distingue due grandi categorie di allucinazioni. Le forme semplici comprendono griglie, punti, linee, lampi di colore o di luce, motivi geometrici ripetuti. Le forme complesse includono invece immagini dettagliate di persone — talvolta vestite con abiti d'epoca — animali, insetti, paesaggi, edifici, intere scene che possono durare da pochi secondi a diverse ore.

L'elemento diagnostico più importante, in assoluto, è la consapevolezza: chi vive questa sindrome, prima o poi, riconosce che ciò che sta vedendo non è reale. È esattamente ciò che distingue la sindrome di Charles Bonnet da un'allucinazione psichiatrica, dove spesso la persona crede fermamente nella realtà di quanto percepisce. Un'altra caratteristica ricorrente è che si tratta di un fenomeno puramente visivo: non compaiono voci, suoni o sensazioni tattili associate alle immagini.

Tra i fattori scatenanti più citati dai pazienti: ambienti poco illuminati o, al contrario, uniformemente e intensamente illuminati; stanchezza; stress; silenzio e scarsa stimolazione sensoriale; il momento del risveglio. La frequenza e l'intensità variano moltissimo da persona a persona, e in molti casi tendono ad attenuarsi nel tempo.

I numeriUna condizione comune, quasi invisibile alla statistica

2,2 mld persone nel mondo con una forma di disabilità visiva (OMS)
~47 mln stima di persone con sindrome di Charles Bonnet nel mondo
10-30% quota di ipovedenti gravi che ne sperimenta i sintomi, secondo le revisioni più recenti
266 anni dalla prima descrizione di Bonnet (1760) alle prime linee guida cliniche strutturate (2026)

Le stime di prevalenza variano enormemente, e questo è già di per sé un dato interessante. Le revisioni più aggiornate della letteratura la collocano tra il 10% e il 30% delle persone con grave perdita della vista, con punte vicine al 30% tra chi soffre di degenerazione maculare legata all'età in stadio avanzato — mentre negli ambulatori oculistici generali, dove raramente viene chiesto esplicitamente ai pazienti se abbiano allucinazioni, la percentuale registrata scende fino allo 0,4%. Uno studio condotto in un centro per l'ipovisione in Germania ha rilevato che circa un paziente su quattro (26%) soddisfaceva i criteri diagnostici; rilevazioni più datate hanno riportato percentuali fino al 38%.

Questo scarto enorme racconta una cosa precisa: la differenza non sta (solo) nella condizione dei pazienti, ma in quanto spesso i medici chiedono. Per timore di essere considerati "pazzi" o di ricevere una diagnosi psichiatrica, una parte consistente delle persone che vivono questa esperienza non ne parla mai con un medico — il che significa che la prevalenza reale è quasi certamente più alta di quella rilevata. Tra i fattori di rischio più consolidati: perdita della vista grave o bilaterale, età avanzata, sesso femminile, isolamento sociale, e possibilmente alcuni farmaci che agiscono sulla funzione vascolare.

Il rischioIl grande equivoco: né demenza, né psichiatria

Quando la madre di Judith Potts, allora novantaquattrenne e affetta da glaucoma avanzato, iniziò a descrivere persone senza volto sul proprio divano e un bambino in abiti d'epoca che sembrava seguirla per casa, il primo pensiero della figlia fu la demenza. Lo stesso sospettò, inizialmente, il medico di famiglia. Il suo oculista, interpellato direttamente, per lungo tempo rifiutò persino di discutere l'ipotesi della sindrome di Charles Bonnet. Fu solo grazie a ricerche autonome, e a una consulenza specialistica presso il King's College di Londra, che la famiglia ottenne finalmente una spiegazione — e un sollievo enorme. Da quell'esperienza, oltre trent'anni fa, è nata Esme's Umbrella, oggi la principale organizzazione britannica dedicata a questa sindrome.

Per quasi trecento anni è stato un segreto ben custodito: nessuna informazione, nessun supporto, nessuna consapevolezza diffusa.

Sintesi della testimonianza di Judith Potts, fondatrice di Esme's Umbrella

Questa storia, che continua a ripetersi oggi in tutto il mondo, illustra un problema strutturale: troppi oculisti non menzionano mai la sindrome ai pazienti che stanno perdendo la vista, e troppi medici di base, di fronte a un paziente anziano che descrive visioni, pensano prima alla demenza che a un recente calo della vista.

Sindrome di Charles Bonnet
  • Consapevolezza dell'irrealtà, quasi sempre presente
  • Allucinazioni esclusivamente visive
  • Nessun declino cognitivo
  • Patologia oculare documentata alla base
Demenza (es. a corpi di Lewy)
  • Consapevolezza spesso ridotta o assente
  • A volte coinvolge più sensi
  • Declino cognitivo progressivo
  • Origine neurodegenerativa
Disturbo psicotico
  • Consapevolezza tipicamente assente
  • Spesso multisensoriale, con deliri associati
  • Alterazioni del pensiero possibili
  • Origine psichiatrica primaria
Voce critica

Una diagnosi sbagliata non è un dettaglio: può portare a invii psichiatrici inappropriati, terapie farmacologiche non necessarie, angoscia familiare evitabile e, soprattutto, al silenzio del paziente. Molte delle immagini descritte sono neutre o persino gradevoli — fiori, piccoli animali — ma altre sono spaventose o angoscianti, e la letteratura clinica descrive casi in cui allucinazioni persistenti e disturbanti hanno condotto alcuni pazienti a un profondo stato di sofferenza psicologica. È esattamente per questo che gli specialisti insistono: la sindrome non va mai liquidata come "cosa da poco", e chi si sente sopraffatto da ciò che vede non dovrebbe affrontarlo da solo, ma parlarne subito con un medico o rivolgersi a un servizio di ascolto.

La svolta2025-2026: le prime linee guida cliniche per la sindrome di Charles Bonnet

Qualcosa, negli ultimi anni, sta effettivamente cambiando. Da quando l'OMS ha riconosciuto la sindrome nell'ICD-11, i finanziamenti alla ricerca sono aumentati in modo significativo, e l'attivismo dei pazienti — con iniziative come la Giornata mondiale di consapevolezza sulla sindrome di Charles Bonnet, promossa proprio da Esme's Umbrella — ha contribuito a portare la condizione all'attenzione di un pubblico più ampio.

Voce ottimista

Nel maggio 2025, un gruppo multidisciplinare di ricercatori e clinici britannici — tra University College London, Università di Oxford, il Moorfields Eye Hospital ed Esme's Umbrella — ha pubblicato su BMJ Open Ophthalmology una serie di raccomandazioni che traducono le evidenze scientifiche accumulate in proposte concrete per la pratica clinica e le politiche sanitarie.

Otto mesi dopo, a gennaio 2026, quel lavoro ha portato alla pubblicazione, sulla rivista Eye del gruppo Nature, delle prime linee guida cliniche strutturate per la gestione della sindrome nei servizi oftalmologici di routine — a firma di Lee Jones, Dominic ffytche e Mariya Moosajee. Per la prima volta, gli oculisti dispongono di un protocollo standardizzato per affrontare in modo proattivo il tema con i pazienti a rischio, riconoscere i sintomi e offrire un supporto basato sull'evidenza.

Come hanno sottolineato i ricercatori del Moorfields Eye Hospital nel presentare la nuova guidance, per troppo tempo le persone con questa sindrome hanno sofferto in silenzio, temendo di avere la demenza o un'altra forma di disturbo mentale: l'obiettivo dichiarato delle nuove linee guida è proprio interrompere quel silenzio.

1760 Charles Bonnet descrive le visioni del nonno Charles Lullin, cieco per cataratta.
Anni '60 Georges de Morsier conia il termine "sindrome di Charles Bonnet".
2018 L'OMS assegna alla sindrome un codice diagnostico proprio nell'ICD-11.
2025 Pubblicate le prime raccomandazioni evidence-based per la cura e le politiche sanitarie (BMJ Open Ophthalmology).
2026 Prime linee guida cliniche strutturate per i servizi oftalmologici di routine (rivista Eye).

Il servizioCosa fare, passo dopo passo, se sospetti la sindrome di Charles Bonnet

  1. Parlane subito, senza aspettare che te lo chiedano

    Racconta le allucinazioni al tuo oculista o al medico di base in modo esplicito, anche se ti sembrano "strane" da descrivere: è il primo passo per una diagnosi corretta.

  2. Fatti spiegare cosa sta succedendo

    Sapere che le allucinazioni sono una conseguenza nota della perdita della vista, e non un segnale di malattia mentale, riduce in modo significativo ansia e angoscia.

  3. Regola l'illuminazione dell'ambiente

    Se le visioni compaiono al buio, prova ad aumentare la luce; se compaiono in ambienti troppo uniformemente illuminati, attenuala.

  4. Interrompi l'immagine con lo sguardo

    Muovere rapidamente gli occhi, sbattere le palpebre o distogliere lo sguardo può far svanire l'allucinazione in corso.

  5. Evita ambienti troppo silenziosi o monotoni

    Tenere una radio o una televisione accesa come sottofondo sembra ridurre la frequenza degli episodi in molte persone.

  6. Cura il riposo e lo stress

    Stanchezza e tensione emotiva vengono segnalate spesso come fattori che aumentano frequenza e intensità delle visioni.

  7. Valuta gli ausili per l'ipovisione

    Lenti, ingrandimenti e dispositivi elettronici che massimizzano l'input visivo residuo possono contribuire a ridurre i sintomi.

  8. Nei casi persistenti, valuta un supporto specialistico

    Se le allucinazioni restano frequenti o angoscianti, un centro per l'ipovisione può discutere opzioni personalizzate: non esiste, ad oggi, un trattamento farmacologico standardizzato ed efficace per tutti.

Una buona notizia, a bilanciare il quadro: secondo l'American Academy of Ophthalmology, nella maggior parte delle persone le allucinazioni si riducono in modo sostanziale, o cessano del tutto, entro uno o due anni, man mano che il cervello si adatta alla nuova condizione visiva.

Le risorseA chi rivolgersi in Italia e nel mondo

IAPB Italia ETS

Sezione italiana dell'Agenzia Internazionale per la Prevenzione della Cecità. Offre un servizio gratuito di consulenza oculistica telefonica.

800 06 85 06 · lun-ven, 10:00-13:00

UICI

Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti: la principale associazione storica di tutela e rappresentanza delle persone con disabilità visiva in Italia.

Sedi territoriali in tutte le regioni

Esme's Umbrella

Charity britannica pionieristica, punto di riferimento internazionale per informazioni in lingua inglese e testimonianze di pazienti.

charlesbonnetsyndrome.uk

In ogni caso, il primo interlocutore resta il proprio oculista di fiducia o un centro ospedaliero per la riabilitazione visiva: sono le figure meglio attrezzate per confermare la diagnosi ed escludere altre cause.

Vedere ciò che non c'è non significa perdere la ragione

Se tu, o una persona che ami, avete perso una parte significativa della vista e avete iniziato a vedere cose che non ci sono, probabilmente non si tratta di una mente che vacilla — ma della risposta, sorprendentemente umana, di un cervello che si trova improvvisamente al buio e decide, comunque, di continuare a raccontare qualcosa. Sapere che questo fenomeno ha un nome è, spesso, il primo sollievo che un paziente riceve. Parlarne — con il proprio medico, con la famiglia, con chi lo ha già vissuto — non è un dettaglio: è ciò che, dopo quasi trecento anni di silenzio, sta finalmente cambiando.

Questo articolo ha finalità informativa e divulgativa e non sostituisce una valutazione medica specialistica. In presenza di allucinazioni visive di nuova insorgenza, è sempre opportuno consultare un oculista o il proprio medico di base per un accertamento diagnostico appropriato.

Fonti principali

  1. StatPearls / NCBI Bookshelf, "Charles Bonnet Syndrome", aggiornamento dicembre 2025
  2. American Academy of Ophthalmology, "What Is Charles Bonnet Syndrome?"
  3. Jones L. et al., "From research to action: recommendations for Charles Bonnet syndrome care and policy", BMJ Open Ophthalmology, 2025
  4. Jones L., ffytche D., Moosajee M., "Management of Charles Bonnet syndrome in routine eye care services", Eye (Nature Portfolio), 2026
  5. Christoph S.E.G. et al., "Understanding the Charles Bonnet syndrome: an updated review", Brain Research Bulletin, 2026
  6. Christoph S.E.G. et al., systematic review and meta-analysis on CBS prevalence, JFO Open Ophthalmology, 2025
  7. Organizzazione Mondiale della Sanità, World Report on Vision
  8. IAPB Italia ETS · Esme's Umbrella (charlesbonnetsyndrome.uk)
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