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La Pianura Silenziosa

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Ambiente · Biodiversità

La Pianura
Silenziosa

In 26 anni l'Italia ha perso un terzo dei suoi uccelli agricoli, con punte del 50% nelle pianure. Il racconto di un declino misurato minuto per minuto — e di una scadenza, il 1° settembre 2026, che potrebbe iniziare a invertirlo.

Inchiesta ambientale · Aggiornato al 30 giugno 2026 · 9 min di lettura
2000 — canto pieno Ampiezza del Farmland Bird Index sul campo 2025 — −33,5%

Immaginate di attraversare all'alba un campo della bassa pianura padana, trent'anni fa. L'aria sarebbe stata piena di richiami: il trillo dell'allodola che si alza in volo verticale, il canto metallico del saltimpalo da cima a un palo, la sagoma di un piccolo parente dei picchi — il torcicollo — che gira la testa quasi all'indietro per scacciare un intruso dal nido. Oggi, in molte di quelle stesse campagne, il suono dominante è quello dei trattori e del vento sulle stoppie. Non è una sensazione soggettiva né una nostalgia da naturalisti: è un dato, misurato minuto per minuto da centinaia di rilevatori sul campo per 26 anni, a cui chi lo studia ha dato un nome efficace quanto inquietante: pianura silenziosa.

In breve
  • L'avifauna agricola italiana è calata del 33,5% tra il 2000 e il 2025, con punte del −50% nelle pianure alluvionali come la Padana.
  • Le specie più colpite — torcicollo, calandro, saltimpalo — hanno perso fra il 70% e il 76% della popolazione in poco più di un quarto di secolo.
  • Una relazione della Corte dei conti europea ha già messo in dubbio l'efficacia della Pac su questo fronte; il 1° settembre 2026 l'Italia dovrà consegnare a Bruxelles il suo Piano di Ripristino della Natura.

Il crollo in numeri: 26 anni di ascolto

Il dato non nasce da un'impressione, ma da un monitoraggio scientifico lungo un quarto di secolo. L'aggiornamento 2025 dello studio Uccelli comuni delle zone agricole in Italia, realizzato dalla Lipu nell'ambito della Rete Nazionale della Politica Agricola Comune e finanziato dal ministero dell'Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste, ha messo insieme oltre 1,8 milioni di minuti di ascolto sul campo tra il 2000 e il 2025 — di cui 93mila nella sola ultima stagione — raccolti da 538 rilevatori esperti, 140 dei quali attivi nel 2025.

Il risultato è il Farmland Bird Index (Fbi), un indicatore aggregato che riassume l'andamento delle popolazioni di 28 specie tipiche degli agroecosistemi italiani. Tra il 2000 e il 2025 l'indice è sceso del 33,5%. Nelle pianure alluvionali — Padana in testa — il calo tocca punte del 50%; nelle aree collinari, dove l'agricoltura si sta intensificando più di recente, il declino corre ancora più veloce e arriva al 38%. Su 28 specie monitorate, venti — il 71% — mostrano un declino significativo.

−33,5% Fbi nazionale, 2000–2025
−50% Punte nelle pianure alluvionali
−38% Calo nelle aree collinari
71% Delle 28 specie in declino significativo

Le specie sentinella: chi sta scomparendo dai campi

Dietro la sigla "Fbi" ci sono uccelli che fino a una generazione fa erano fra i più comuni della campagna italiana.

Torcicollo Jynx torquilla −76% 2000–2025
Calandro Anthus campestris −73% 2000–2025
Saltimpalo Saxicola rubicola −71% 2000–2025

Tre ritratti dalla campagna che si svuota

Il torcicollo è il simbolo più crudo del crollo: in 26 anni ha perso il 76% della popolazione. È un parente dei picchi che però non scava il legno, si nutre quasi solo di formiche, e deve il nome alla capacità di ruotare il collo quasi all'indietro per intimidire chi si avvicina al nido, in un mimetismo da serpente. Nidifica in cavità di vecchi alberi e filari: la sua scomparsa segue, quasi millimetricamente, quella degli alberi maturi isolati nei coltivi.

Va quasi altrettanto male al calandro, un piccolo passeriforme di pascoli aridi e incolti assolati, e al saltimpalo, l'uccellino che con il suo comportamento ha dato il nome al gergo popolare: salta letteralmente da un palo o dalla cima di un arbusto all'altra per cacciare insetti. Ha bisogno di un mosaico di siepi, margini incolti e spazi aperti — esattamente ciò che l'agricoltura più intensiva tende a eliminare.

La lista delle dieci specie più colpite si allunga con nomi che chiunque abbia passeggiato in campagna riconoscerebbe.

Torcicollo
−76%
Calandro
−73%
Saltimpalo
−71%
Averla piccola
−65%
Passera mattugia
−61%
Passera d'Italia
−60%
Verdone
−59%
Allodola
−54%
Cutrettola
−49%
Verzellino
−47%

Le dieci specie agricole più colpite, variazione di popolazione 2000–2025 — Fonte: Rete nazionale della Pac & Lipu (2025)

Perché un uccello vale più di un numero

La parola che torna più spesso nei documenti tecnici su questo fenomeno è "barometro". Non è una licenza poetica: gli uccelli agricoli si trovano a metà della catena alimentare dei campi, e dipendono in larga parte dagli insetti — bruchi, coleotteri, ortotteri — che a loro volta sono fra gli organismi più sensibili a pesticidi, fertilizzanti di sintesi e perdita di habitat strutturale. Quando un campo perde siepi, margini incolti e alberi isolati, perde prima gli insetti e poi, di conseguenza, gli uccelli che li cacciano per nutrire i pulcini. Sono inoltre tra i pochi gruppi animali che si possono contare con metodi standardizzati, comparabili su scala decennale: ascoltare e annotare i canti lungo transetti fissi, stagione dopo stagione, permette di trasformare un'impressione — "ci sono meno uccelli di una volta" — in una serie storica utilizzabile dalla scienza e dalla politica.

Una campagna "banalizzata": le cause del declino

Lo studio Lipu–Rete Rurale è esplicito sulle cause: la scomparsa di elementi naturali del paesaggio agrario — siepi, filari, margini incolti, piccole zone umide — insieme all'uso di pesticidi e fertilizzanti di sintesi, che riducono drasticamente la disponibilità di insetti da cui questi uccelli dipendono per nutrirsi e allevare i pulcini. Il rapporto descrive una progressiva semplificazione del paesaggio: campi sempre più grandi, sempre più uniformi, sempre più poveri di quei margini "inutili" alla produzione ma vitali per la fauna selvatica.

Ciò che preoccupa di più è che il fenomeno non è più confinato alla pianura. Anche nelle zone collinari e pedemontane — tradizionalmente meno intensive — gli indici stanno scendendo più rapidamente negli ultimi anni: un segnale che il modello agricolo che ha già reso silenziosa la pianura padana si sta estendendo verso territori finora più risparmiati.

La posizione della Lipu

Roberta Righini, coordinatrice del progetto Fbi per la Lipu, lega i dati 2025 a un'opportunità concreta: il nuovo regolamento europeo sul ripristino della natura, sostiene, può davvero invertire la curva del declino degli uccelli agricoli — a condizione che il Piano nazionale dia piena attuazione alle misure su impollinatori e pratiche agroecologiche previste dagli articoli 10 e 11, e che l'Fbi resti uno degli indicatori di riferimento anche nella prossima programmazione della Politica agricola comune.

— Sintesi della dichiarazione rilasciata alla pubblicazione dei dati Fbi 2025, Lipu, 11 febbraio 2026

Non solo l'Italia: un canto che si spegne in tutta Europa

Il fenomeno italiano non è un caso isolato. Il Pan-European Common Bird Monitoring Scheme (Pecbms), la rete scientifica che dal 2002 coordina il monitoraggio degli uccelli comuni in 30 Paesi europei per conto della Commissione Europea, registra un quadro altrettanto severo su scala continentale: tra il 1980 e il 2022 l'indice degli uccelli agricoli europei, calcolato su 39 specie, è calato di circa il 61%, mentre l'Agenzia europea dell'ambiente stima un calo del 40% nella sola Unione europea tra il 1990 e il 2022. Secondo BirdLife International, gli uccelli delle campagne europee sono oggi oltre 300 milioni in meno rispetto al 1980.

Il confronto europeo

La stessa Lipu, presentando i dati italiani, li ha collocati nel contesto continentale: −58% in Europa e −52% nei soli Paesi dell'Unione tra il 1980 e il 2024, secondo le elaborazioni Pecbms più recenti. Il calo italiano del 33,5% misura invece soltanto l'ultimo quarto di secolo: sommato al declino già avvenuto negli anni Ottanta e Novanta, anche prima dell'avvio del monitoraggio Fbi nazionale, il quadro complessivo italiano non si discosta granché dalla media del continente.

La Pac ha fermato il declino? Quello che dice la Corte dei conti europea

Una parte della risposta a questo crollo dovrebbe arrivare proprio dalla Politica Agricola Comune (Pac), lo strumento che orienta gran parte della spesa e delle regole per l'agricoltura europea. La programmazione 2023-2027 ha introdotto requisiti più stringenti: la norma Bcaa8 obbliga, ad esempio, le aziende cerealicole a lasciare incolto almeno il 4% della superficie seminativa, includendo nel calcolo elementi come siepi, stagni, filari alberati e muretti a secco. A questo si affiancano i regimi ecologici e le misure agro-climatico-ambientali regionali: in Lombardia, per esempio, gli interventi Sra finanziano specificamente l'uso sostenibile dei nutrienti, la tutela della biodiversità nelle risaie e l'agricoltura biologica.

Eppure, una relazione speciale della Corte dei conti europea ha già messo in dubbio l'efficacia complessiva di questi strumenti, intitolandola senza giri di parole "Biodiversità nei terreni agricoli: il contributo della Pac non ne ha arrestato il declino". Gli auditor hanno rilevato che gli indicatori usati per misurare l'impatto ambientale della Pac restano frammentati e poco coerenti tra loro, e che nessuno dei Paesi membri esaminati ha sviluppato indicatori propri sufficienti a dimostrare miglioramenti misurabili della biodiversità agricola. In altre parole: gli strumenti normativi esistono, ma — almeno fino a oggi — i numeri raccolti orecchio per orecchio dai rilevatori Lipu non mostrano ancora un'inversione di tendenza.

È un punto su cui vale la pena essere equilibrati: la Pac non è rimasta ferma, e le aziende agricole che oggi scelgono di mantenere siepi, rotazioni e bordure fiorite lo fanno spesso proprio grazie a questi incentivi. Il problema individuato dalla Corte dei conti non è l'assenza di misure, ma la difficoltà di misurarne — e quindi di garantirne — l'efficacia reale sul terreno.

Il Piano di Ripristino della Natura: la corsa contro il tempo

Lo strumento su cui si concentrano oggi le maggiori aspettative è il Regolamento (Ue) 2024/1991 sul ripristino della natura, entrato in vigore nell'agosto 2024, che impone a ogni Stato membro di presentare un Piano nazionale di Ripristino con obiettivi vincolanti di recupero degli habitat degradati — compresi, agli articoli 10 e 11, impegni specifici su impollinatori e pratiche agroecologiche. La tempistica, però, è stretta.

Agosto 2024

Entra in vigore il Regolamento Ue 2024/1991 sul ripristino della natura.

Febbraio 2026

Lipu e Rete nazionale della Pac pubblicano i dati Fbi 2025: −33,5% in 26 anni.

24 Giugno 2026

Si chiude la consultazione pubblica sulla bozza di Piano nazionale di Ripristino, sulla piattaforma ParteciPa.

1 Settembre 2026

Termine ultimo per la consegna del Piano alla Commissione Europea.

Un fronte di undici organizzazioni ambientaliste — tra cui Lipu, Wwf Italia, Legambiente, Slow Food Italia e il Centro Italiano Studi Ornitologici — ha presentato osservazioni critiche alla bozza, definendola «ancora troppo lacunosa» e priva di una strategia coerente per raggiungere gli obiettivi del regolamento. Secondo le associazioni, i ritardi accumulati dall'Italia da quando il regolamento è entrato in vigore hanno costretto i tecnici ministeriali a una raccolta affrettata di misure regionali già esistenti, anziché alla costruzione di un piano realmente nuovo e coordinato — con una piattaforma di consultazione giudicata inadeguata a raccogliere osservazioni puntuali su quasi cento pagine di documento tecnico.

Cosa si può ancora fare

Tra l'allarme dei dati e l'incertezza politica, gli stessi ricercatori indicano una strada concreta. Il ripristino di siepi, filari e margini incolti lungo i campi non è un gesto simbolico: è l'intervento che, secondo il rapporto Lipu–Rete Rurale, ha le maggiori probabilità di restituire in pochi anni habitat utile a specie come il saltimpalo e l'averla piccola. Le aziende agricole possono già oggi accedere ai regimi ecologici e alle misure agro-climatico-ambientali della Pac per essere remunerate per questo tipo di interventi, mentre i Paesi dell'Unione hanno l'obbligo, fissato dalla stessa Pac, di destinare almeno il 40% del proprio bilancio agricolo ad azioni per il clima e la biodiversità.

Anche il monitoraggio è, in un certo senso, un atto di cura. Le centinaia di rilevatori volontari che ogni primavera percorrono transetti all'alba per contare canti e richiami sono la prova che esiste, in Italia, una rete diffusa di persone disposte a tradurre l'attenzione per la natura in dati utilizzabili dalla scienza e dalla politica. È un lavoro lento, fatto di minuti di ascolto sommati su 26 anni — ma è anche l'unico modo per sapere, stagione dopo stagione, se la pianura sta tornando a far rumore.

Il prossimo bollettino del Farmland Bird Index arriverà tra circa un anno. Il prossimo banco di prova politico — la consegna del Piano nazionale di Ripristino a Bruxelles — è già fissato per il 1° settembre 2026. Nel frattempo, in migliaia di campi italiani, la domanda resta sospesa nell'aria insieme al canto sempre più raro del saltimpalo: quanto silenzio siamo disposti ad accettare prima di considerarlo irreversibile?

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