# Gli Emirati Arabi Uniti: Il Miracolo e l’Ombra

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- Published: 2026-03-28T08:45:45+00:00
- Author: Leo Mila

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Da sette tribù del deserto a potenza globale in meno di sessant’anni. Ma dietro 
le torri d’oro di Dubai si nasconde una strategia d’influenza sempre più aggressiva:
armi, oro e conflitti alimentati da Abu Dhabi.

#### Marzo 2026⏎  Lettura: 12 min

#### ⏎  الإمارات United Arab Emirates · Dal Golfo all’Africa

 **9,3M**  Abitanti (2025) **$509Mrd**  PIL Nominale **$1,5Mrd ** Oro sudanese 
ai UAE (2024) **150.000+**  Morti in Sudan dal 2023  C’è un paradosso che definisce
gli Emirati Arabi Uniti meglio di qualsiasi statistica: uno degli stati più ricchi
del pianeta — icona di modernità, turismo e cosmopolitismo — è al centro di alcune
delle più gravi crisi umanitarie del nostro tempo. Dalla Libia al Sudan, dall’Etiopia
allo Yemen, Abu Dhabi ha trasformato il potere finanziario in influenza militare,
ridisegnando silenziosamente la mappa del potere in Medio Oriente e in Africa.

 **Sezione 01**

## Dal Deserto alle Torri d’Oro: Nascita di un Paese

Nel 1971, quando sette emirati del Golfo Persico si unirono in una federazione indipendente
dal protettorato britannico, il mondo non si aspettava molto da quell’angolo di 
penisola arabica. Le sette entità — Abu Dhabi, Dubai, Sharjah, Ajman, Umm Al Quwain,
Ras Al Khaimah e Fujairah — erano territori in gran parte deserti, con un’economia
basata sulla pesca delle perle e su un commercio costiero di modesta entità. Il 
petrolio aveva già cominciato a scorrere, ma il miracolo vero era ancora da costruire.

Il fondatore Sheikh Zayed bin Sultan Al Nahyan, figura paterna e visionaria, guidò
Abu Dhabi con una combinazione di pragmatismo tribale e apertura al mondo. In pochi
decenni, i proventi del petrolio furono reinvestiti in infrastrutture, istruzione
e, soprattutto, in una diversificazione economica straordinaria. Dubai, priva delle
grandi riserve di petrolio della capitale, costruì se stessa come hub finanziario,
commerciale e turistico, diventando in pochi decenni una delle città più visitate
del pianeta — la sesta al mondo nel 2025 secondo le classifiche internazionali.

### Numeri del Miracolo Emiratino

 * Il PIL pro capite supera i 45.000 dollari: tra i più alti al mondo
 * DP World, operatore portuale di Dubai, gestisce terminali in oltre 60 paesi
 * I fondi sovrani (ADIA, ADQ, Mubadala) gestiscono oltre 1.500 miliardi di dollari
 * Nel 2024, gli UAE erano il secondo partner commerciale USA nell’area MENA, con
   34 miliardi di dollari di scambi
 * In maggio 2025, Abu Dhabi ha annunciato l’acquisto di 500.000 chip Nvidia l’anno,
   segnalando ambizioni nel settore dell’intelligenza artificiale

 **Sezione 02**

## La Dottrina MBZ: Anti-Islamismo come Bussola Strategica

Il vero cambio di paradigma arriva con Mohammed bin Zayed (MBZ), figura dominante
della politica emiratina dall’inizio degli anni Duemila, diventato presidente nel
2022. Sotto la sua guida, la politica estera degli UAE si trasforma radicalmente:
da postura discreta e consensuale a interventismo aggressivo e ideologicamente orientato.

Il punto di svolta è la Primavera Araba del 2011. Abu Dhabi e Riyadh percepiscono
i movimenti popolari nel mondo arabo non come un’opportunità democratica, ma come
una minaccia esistenziale ai loro regimi monarchici conservatori. In Egitto, i Fratelli
Musulmani vincono le elezioni. In Libia, gruppi islamisti emergono nel caos post-
Gheddafi. In Tunisia, in Siria, in Yemen, le piazze si animano con istanze che sfidano
l’ordine consolidato.

> Gli Emirati sostengono l’RSF in parte per impedire ai gruppi islamisti che sorreggono
> l’esercito sudanese di prendere il potere. Dal 2011, gli UAE hanno usato hard 
> e soft power per contrastare i movimenti islamisti nella regione, considerandoli
> una minaccia.

— Hamid Khalafallah, Sudan researcher & policy analyst, citato da PBS NewsHour

Da quel momento in poi, la lotta all’islam politico — in particolare ai movimenti
vicini ai Fratelli Musulmani — diventa il filo conduttore dell’interventismo emiratino.
Abu Dhabi finanzia il colpo di stato militare che porta Abdel Fattah el-Sisi al 
potere in Egitto nel 2013, estromettendo un governo di matrice islamista. Sostiene
Khalifa Haftar in Libia contro il governo riconosciuto dall’ONU, percepito come 
troppo vicino ai movimenti islamici. Interviene militarmente in Yemen contro gli
Houthi, considerati proxy iraniani. E costruisce una rete di influenza che si estende
sempre più verso l’Africa sub-sahariana.

 *  2011 — Primavera Araba
    Gli UAE collaborano con l’Arabia Saudita per sopprimere
   le proteste in Bahrain. Inizia la fase interventista della politica estera di
   Abu Dhabi.
 * 2013 — Egitto
    Abu Dhabi sostiene finanziariamente il golpe di el-Sisi che rovescia
   il presidente dei Fratelli Musulmani Mohamed Morsi. Nel 2024, il fondo emiratino
   ADQ firma un accordo da 35 miliardi di dollari per sviluppare la costa mediterranea
   egiziana.
 * 2014–2019 — Libia
    Gli UAE diventano il principale sostenitore straniero del 
   generale Khalifa Haftar, fornendo droni, armamenti e mercenari nella guerra contro
   il governo riconosciuto dall’ONU a Tripoli.
 * 2015–2019 — Yemen
    Partecipazione attiva alla coalizione saudita contro gli Houthi.
   L’esperienza yemenita diventa la palestra tattica per le successive operazioni
   africane.
 * 2020–2023 — Horn of Africa
    Gli UAE forniscono droni all’Etiopia durante il conflitto
   con il Tigray, costruiscono basi militari in Somalia, Eritrea, Ciad e approfondiscono
   i legami con le RSF sudanesi.
 * 2023–2026 — Sudan
    Scoppia la guerra civile tra SAF (esercito regolare) e RSF(
   paramilitari). Abu Dhabi emerge come il principale alleato esterno delle RSF,
   nonostante le categoriche smentite ufficiali.  **Sezione 03**

## Il Sudan: Oro, Armi e un Genocidio Finanziato

Di tutti i teatri d’intervento emiratino, il Sudan rappresenta il caso più documentato,
più grave e più controverso. Il 15 aprile 2023, due fazioni che avevano insieme 
orchestrato la repressione del movimento pro-democrazia sudanese si rivoltano l’una
contro l’altra: le Forze Armate Sudanesi (SAF) e le Rapid Support Forces (RSF), 
milizia paramilitare guidata dal generale Mohamed Hamdan Dagalo, detto “Hemedti”.
Ne nasce quello che l’ONU ha definito la peggiore crisi umanitaria al mondo.

Le RSF non sono un’organizzazione nuova. Cresciute dalle ceneri dei famigerati Janjaweed—
le milizie armate che nei primi anni Duemila commisero il genocidio del Darfur, 
causando oltre 300.000 morti — le RSF sono state formalmente istituzionalizzate 
nel 2013 come secondo pilastro della sicurezza sudanese. Hemedti è diventato un 
magnate, con un patrimonio stimato nel 2023 a 7 miliardi di dollari, costruito principalmente
sul commercio dell’oro attraverso Dubai.

### Dati sulla Crisi Umanitaria in Sudan (2026)

Oltre 150.000 persone uccise nel conflitto. Più di 14,6 milioni di sfollati interni—
la più grande crisi di displacement al mondo. Oltre 5 milioni in condizioni di emergenza
alimentare o carestia. Oltre la metà dei 48 milioni di sudanesi fronteggia una fame
acuta. Il governo sudanese ha presentato istanza alla Corte Internazionale di Giustizia
contro gli UAE per complicità nel genocidio in Darfur (marzo 2025).

Le prove del coinvolgimento emiratino nel conflitto si sono accumulate nel corso
di due anni da fonti multiple e indipendenti. Un rapporto del Consiglio di Sicurezza
dell’ONU del gennaio 2024 ha ritenuto credibili le segnalazioni di forniture d’armi
UAE alle RSF, principalmente attraverso il Ciad. Amnesty International ha documentato
la presenza di veicoli corazzati da combattimento di fabbricazione emiratina — i
Nimr Ajban — utilizzati dalle RSF nel Darfur. I servizi di intelligence americani,
secondo funzionari citati da PBS NewsHour, hanno prodotto rapporti che confermano
trasferimenti di armi — tra cui droni cinesi, mitragliatrici, missili Kornet e artiglieria—
dalla seconda metà del 2024. In ottobre 2025, Wall Street Journal ha riportato un
ulteriore aumento delle forniture di droni cinesi e altri sistemi d’arma.

> Il Sudan ha preso contro gli UAE la più grave accusa di diritto internazionale:
> la violazione della Convenzione sul genocidio del 1948, portando il caso davanti
> alla Corte Internazionale di Giustizia.

                        — European Centre for Democracy and Human Rights, ECDHR,
2025

Le vie di rifornimento sono elaborate e difficili da tracciare: passano attraverso
la Libia di Haftar — alleato di Abu Dhabi —, il Ciad, l’Uganda e il Sudan del Sud.
La base di Amdjarass, in territorio ciadiano vicino al confine sudanese, è stata
identificata come snodo logistico chiave. L’analisi satellitare mostra un pattern
di costruzione dell’airfield che ricorda le basi che gli UAE avevano precedentemente
espanso in Libia orientale per supportare le forze di Haftar. Nel maggio 2025, sul
terreno in Darfur sono stati trovati mercenari colombiani con visti di uscita dagli
UAE: prove di un sistema di reclutamento internazionale orchestrato da Abu Dhabi.

Gli UAE negano categoricamente ogni coinvolgimento. Anwar Gargash, consigliere diplomatico
del presidente, ha definito le accuse “fake news”. Abu Dhabi ha organizzato, con
una certa ironia diplomatica, una conferenza umanitaria per il Sudan nel febbraio
2025, durante la quale il Segretario Generale dell’ONU ha implicitamente richiesto
la fine del flusso di armi — commento largamente percepito come indirizzato proprio
agli Emirati.

 **Sezione 04**

## La Rete Africana: Porti, Basi e Proxy da Mogadiscio a Tripoli

Il Sudan non è un caso isolato. È il nodo più visibile di una rete di influenza 
emiratina che si estende su tutta la fascia sub-sahariana e nordafricana, seguendo
una logica coerente: controllo delle vie marittime, accesso alle risorse minerarie,
contrasto ai movimenti islamisti, creazione di governi e fazioni amiche.

In Libia, gli UAE hanno sostenuto il generale Khalifa Haftar dalla metà degli anni
Dieci, fornendogli supporto aereo, armamenti sofisticati e finanziamento per mercenari
durante l’offensiva del 2019 su Tripoli. L’obiettivo dichiarato era impedire a una
Libia a guida islamista di consolidarsi sulle rive del Mediterraneo; l’obiettivo
reale includeva anche il controllo dei giacimenti petroliferi della Cirenaica e 
l’accesso a un gateway sul Mar Mediterraneo.

In Etiopia, gli UAE hanno fornito droni Bayraktar nel conflitto del Tigray (2020–
2022), contribuendo a spostare l’equilibrio militare a favore del premier Abiy Ahmed.
In cambio, Addis Abeba ha firmato accordi marittimi con Abu Dhabi nel 2023 e nel
2024, consentendo a DP World di sviluppare il porto di Berbera in Somaliland — una
mossa che ha scatenato tensioni acute con la Somalia, che considera il Somaliland
territorio proprio. Nel giugno 2023, gli UAE hanno condotto la loro prima operazione
militare cinetica nel paese — un attacco con drone contro un villaggio jihadista
in Somalia.

### La Rete di Basi Militari UAE in Africa e dintorni

 * **Ciad** — Base ad Amdjarass: punto logistico chiave per le forniture alle RSF
   sudanesi, secondo intelligence USA e ONU
 * **Eritrea** — Base di Assab: usata durante la campagna yemenita, ancora operativa
 * **Libia** — Base di Al Khadim: supporto storico ad Haftar; modello replicato 
   in Ciad
 * **Somalia / Somaliland / Puntland** — Addestramento militare e accordi portuali
   con DP World
 * **Sudan** — Due basi: Nyala (Darfur del Sud) e Al-Malha, a 200km da El-Fasher;
   usate per rifornimenti e intelligence

Il denominatore comune di questa rete è il controllo delle rotte marittime, in particolare
del corridoio Mar Rosso–Oceano Indiano occidentale. Chiunque controlli i porti e
le basi lungo questa fascia — dalla Penisola Arabica fino al Corno d’Africa e al
Golfo di Aden — controlla una delle arterie commerciali più vitali del pianeta. 
Gli UAE, attraverso DP World, hanno già accumulato concessioni portuali in oltre
60 paesi. La componente militare completa la strategia: senza sicurezza, gli investimenti
non reggono; senza investimenti, la sicurezza non ha senso economico.

 **Sezione 05**

## Le Motivazioni Profonde: Cosa Vogliono Davvero gli Emirati?

Comprendere le motivazioni dell’interventismo emiratino richiede di superare le 
spiegazioni monocausali. Non si tratta solo di religione, né solo di risorse, né
solo di potere puro. È una combinazione strutturata di obiettivi che si intrecciano
e si rafforzano reciprocamente.

**Prima motivazione: l’anti-islamismo come ideologia di stato.** Dalla Primavera
Araba in poi, Abu Dhabi ha trasformato la lotta contro i movimenti islamisti — in
particolare i Fratelli Musulmani e le loro affiliate — in un principio organizzante
della propria politica estera. Questa non è solo realpolitik: la leadership emiratina
percepisce genuinamente questi movimenti come una minaccia esistenziale ai regimi
monarchici del Golfo. Come hanno sottolineato analisti dell’Atlantic Council, l’esercito
sudanese ha storicamente legami profondi con l’islam politico risalenti all’era 
Bashir: appoggiarsi alle RSF è anche un modo per evitare che Khartoum diventi una
capitale a guida islamista.

**Seconda motivazione: le risorse naturali.** Il Sudan possiede il 49% delle sue
esportazioni in oro. Nel 2024, quasi il 97% dell’oro sudanese esportato ufficialmente—
per un valore di 1,52 miliardi di dollari — è andato agli UAE. Hemedti e le RSF 
controllano le miniere d’oro del Darfur e del Kordofan. Prima del conflitto, Dubai
era già la principale destinazione del contrabbando d’oro sudanese. Questa catena—
oro estratto, oro contrabbandato, oro riciclato a Dubai — è al cuore dell’interesse
emiratino nel mantenere le RSF in una posizione di forza. A questo si aggiunge il
progetto — poi naufragato nel novembre 2024 — di investire 8 miliardi di dollari
nel porto sudanese di Abu Amama sul Mar Rosso.

**Terza motivazione: il controllo delle rotte marittime e l’influenza geostrategica.**
Il Sudan si affaccia sul Mar Rosso per circa 800 chilometri. Chiunque controlli 
Sudan controlla una fetta cruciale di quello che gli analisti chiamano il “corridoio
Red Sea–Corno d’Africa”. Una prospettiva ribadita da Charles Ray, ex ambasciatore
USA e chair dell’Africa Program al Foreign Policy Research Institute: “Chiunque 
controlli il Sudan è in posizione di influenzare la regione più ampia, nel Corno
d’Africa come nell’Africa sub-sahariana.”

> Piccoli per dimensioni ma enormemente ricchi, gli Emirati sostengono una rete 
> di fazioni attraverso la regione per diffondere la propria influenza. Un’ambizione
> imperiale in miniatura.

                              — Hamid Khalafallah, Sudan researcher & policy analyst

**Quarta motivazione: la neutralizzazione dell’Iran.** Abu Dhabi considera Teheran—
con i suoi proxy Houthi in Yemen, Hezbollah in Libano, le milizie in Iraq — la principale
minaccia alla propria sicurezza. Garantire che il Sudan non diventi una base navale
iraniana (richiesta che Teheran aveva avanzato sotto diversi governi) è uno degli
obiettivi espliciti del sostegno alle RSF. Hemedti, alleato degli UAE, avrebbe certamente
bloccato qualsiasi apertura verso Teheran.

**Quinta motivazione: il mercato per le proprie industrie.** Gli UAE esportano non
solo petrolio ma anche armamenti di produzione locale (Nimr, CALIDUS), sistemi di
sicurezza e, attraverso DP World, servizi logistici e portuali. L’Africa è un mercato
in espansione per tutte queste categorie. I contratti militari seguono spesso alle
relazioni diplomatiche costruite proprio attraverso l’intervento nei conflitti.

 **Sezione 06**

## La Reazione Internazionale: tra Omertà Strategica e Sanzioni Tardive

Il coinvolgimento emiratino nel Sudan è uno dei segreti peggio custoditi della diplomazia
internazionale. Eppure, per mesi — e poi per anni — le principali potenze occidentali
hanno mantenuto un silenzio imbarazzato, oscillando tra la necessità di preservare
l’alleanza con Abu Dhabi e la pressione crescente dell’opinione pubblica e delle
organizzazioni umanitarie.

Gli UAE sono un partner strategico degli USA: nel settembre 2024, il presidente 
Biden ha designato gli Emirati “major defense partner” — designazione precedentemente
riservata solo all’India. Nel maggio 2025, Trump ha visitato Abu Dhabi, annunciando
accordi commerciali per oltre 200 miliardi di dollari. In questo contesto, la volontà
di “provoquer” i partner emiratini è strutturalmente limitata.

Il Regno Unito ha subito una pressione diretta: nell’aprile 2024, gli UAE hanno 
cancellato incontri ministeriali con Londra, risentiti per il mancato appoggio britannico
alla loro posizione in un Consiglio di Sicurezza ONU sul Sudan. La lezione era chiara:
chiunque alzi la voce paga un prezzo diplomatico e commerciale.

### Le Azioni Concrete Intraprese contro le RSF e i Loro Sponsor

 * **Gennaio 2025** — USA dichiarano formalmente genocidio da parte delle RSF in
   Sudan
 * **Gennaio 2025** — Sanzioni del Tesoro USA su Hemedti, 7 società RSF-affiliate(
   tutte con sede negli UAE) e su Algoney Daglo Musa (fratello di Hemedti, residente
   a Dubai)
 * **Gennaio 2025** — Sanzioni anche sul generale al-Burhan, capo delle SAF
 * **Marzo 2025** — Sudan presenta istanza alla CIG contro gli UAE per violazione
   della Convenzione sul Genocidio
 * **Maggio 2025** — CIG rigetta il caso per mancanza di giurisdizione (gli UAE 
   avevano optato fuori dal meccanismo di risoluzione delle controversie quando 
   ratificarono la convenzione nel 2005)
 * **Maggio 2025** — Sudan rompe le relazioni diplomatiche con gli UAE

Sul fronte interno americano, alcuni senatori — tra cui Van Hollen e Jacobs — hanno
apertamente confermato le forniture di armi UAE alle RSF. Il Center for American
Progress ha proposto misure concrete al Congresso per aumentare il costo politico
per Abu Dhabi, incluso il possibile congelamento dei trasferimenti di armi americane
agli UAE. Le sette società sanzionate dal Tesoro USA avevano tutte sede negli Emirati:
un indizio imbarazzante per un paese che nega qualsiasi coinvolgimento.

A livello regionale, la postura degli UAE ha cominciato a produrre fratture anche
con i tradizionali alleati del Golfo. Nella prima metà del 2026, la rivalità tra
Arabia Saudita ed Emirati — già manifesta in Yemen, dove le forze filo-Abu Dhabi
del STC hanno tentato di prendere il controllo di governatorati chiave — si è estesa
al teatro del Mar Rosso. Riyadh ha avviato una propria offensiva diplomatica per
limitare la logistica Emiratina verso le RSF sudanesi, coordinandosi con l’Egitto
e cercando di bloccare l’uso dello spazio aereo per i voli cargo sospetti.

## Un Impero in Costruzione: il Prezzo del Miracolo

Gli Emirati Arabi Uniti sono davvero un miracolo: quello della volontà politica,
dell’investimento strategico e della capacità di trasformare una realtà desertica
in una potenza globale in meno di sessant’anni. La loro storia è genuinamente straordinaria,
e il loro contributo allo sviluppo economico di interi paesi — dall’Etiopia all’Egitto—
non è privo di sostanza.

Ma il prezzo di questa potenza, sempre più evidente, è pagato da altri. In Sudan,
oltre 150.000 persone sono morte in una guerra che le intelligence di mezzo mondo
attribuiscono anche all’interventismo emiratino. In Libia, anni di sostegno ad Haftar
hanno contribuito a congelare un conflitto che avrebbe potuto risolversi prima. 
Nella regione del Mar Rosso, la competizione tra Abu Dhabi e le altre potenze regionali
produce instabilità crescente.

La risposta alla domanda “cosa vogliono gli Emirati?” non è semplice, ed è sbagliato
ridurla a una sola variabile. Non esportano la religione — anzi, combattono i movimenti
islamisti. Non perseguono solo il profitto economico — anche se l’oro sudanese e
i porti africani hanno un peso enorme. Cercano potere, sì, ma un tipo specifico 
di potere: quello di un piccolo stato che si comporta da grande potenza, costruendo
sfere d’influenza in assenza di una profondità strategica geografica. È l’ambizione
di un paese che sa di essere vulnerabile — circondato da vicini più grandi, dipendente
dagli USA per la sicurezza, privo di popolazione numerosa — e che cerca nell’estensione
della sua rete di alleanze e proxy la garanzia della propria sopravvivenza.

La domanda che la comunità internazionale — e in particolare l’Europa — deve porsi
non è solo “cosa vogliono gli Emirati?”, ma “fino a quando e a quale prezzo siamo
disposti a ignorarlo?”. Il silenzio dei governi occidentali di fronte alle prove
documentate del ruolo emiratino in Sudan non è una posizione neutrale: è una complicità
silenziosa, che porta il nome di realpolitik ma che ha il volto dei profughi di 
Darfur.

**Nota editoriale:** Questo articolo è basato su fonti aperte verificabili — rapporti
ONU, valutazioni di intelligence USA declassificate, documenti Amnesty International,
Atlantic Council, PBS NewsHour, CNN, Middle East Eye, Wall Street Journal, European
Council on Foreign Relations e Congressional Research Service. Gli UAE negano categoricamente
ogni forma di supporto militare alle RSF in Sudan. Il giornalismo d’inchiesta su
questo tema è in continua evoluzione. About Magazine si impegna a seguire gli sviluppi
futuri con il medesimo rigore documentario.

### Fonti Principali

 1.  **PBS NewsHour** — _The role outside powers are playing in Sudan’s continued, 
     brutal war_, novembre 2025
 2.  **CNN** — _Sudan’s bloody conflict is plagued by foreign influence_, novembre 
     2025
 3.  **Atlantic Council** — _Sudan is caught in a web of external interference_, luglio
     2025
 4.  **Center for American Progress** — _How Congress Can Help Curb the UAE’s Role 
     in Sudan’s Crisis_, marzo 2025
 5.  **European Council on Foreign Relations** — _Power struggle: What the Saudi-UAE
     rivalry means for the Red Sea_, febbraio 2026
 6.  **ECDHR** — _The Role Of The United Arab Emirates In The Genocide In Sudan_, 2025
 7.  **ISPI** — _The UAE’s Rising Military Role in Africa_, maggio 2024
 8.  **Middle East Eye** — _Why is the UAE involved in Sudan’s bloody civil war?_, 
     novembre 2025
 9.  **Transnational Institute** — _The emerging sub-imperial role of the UAE in Africa_,
     2025
 10. **Congressional Research Service** — _The United Arab Emirates: Issues for U.S.
     Policy_, 2025
 11. **UN Panel of Experts on the Sudan** — Final Report, S/2024/65, gennaio 2024
 12. **EUAA** — _Sudan: Security Situation_, febbraio 2025

#### Profilo Paese: UAE

**Fondazione** : 2 dic 1971
 **Capitale**: Abu Dhabi **Presidente**: MBZ (Sheikh
Mohamed bin Zayed Al Nahyan, dal 2022) **Emirato guida**: Abu Dhabi (Detiene il 
90% delle riserve petrolifere della federazione) **PIL (2025)**: ~$509 mrd

#### I Teatri d’Intervento

**Sudan** : Sostegno documentato alle RSF; oro, rotte marittime, anti-islamismo
**
Libia**: Supporto militare e finanziario ad Haftar; accesso al Mediterraneo **Yemen**:
Coalizione anti-Houthi; ora in conflitto con l’Arabia Saudita sullo stesso dossier**
Etiopia**: Droni al governo di Abiy Ahmed nel conflitto col Tigray; accordi portuali**
Somalia**: Basi in Somaliland e Puntland; contratto DP World a Berbera **Egitto**:
Principale sostenitore finanziario di el-Sisi; $35 mrd nel 2024

#### Cronologia Chiave

Apr 2023: Scoppia il conflitto SAF vs RSF a Khartoum
 Gen 2024: ONU: credibili prove
di armi UAE alle RSF Gen 2025: USA dichiarano genocidio RSF; sanzioni su 7 società
UAE Mar 2025: Sudan porta gli UAE alla CIG Mag 2025: CIG respinge il caso; Sudan
rompe i rapporti diplomatici Ott 2025: El-Fasher cade alle RSF; nuovi massacri in
Darfur Gen 2026: Arabia Saudita avvia pressione diplomatica anti-UAE nella regione

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