# L’Addio al “Tutto a 1 Euro”: Perché i Bazar Cinesi stanno sparendo dall’Italia

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- Published: 2026-05-30T15:44:28+00:00
- Author: Leo Mila

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Economia & Società

# L'Addio al "Tutto a 1 Euro":⏎ Perché i Bazar Cinesistanno sparendo dall'Italia

Una "serrata silenziosa" sta ridisegnando i quartieri di mezza Italia. Non è solo
la fine di un negozio: è la fine di un modello.

 **AboutMagazine.it**  ·  Economia & Geopolitica  ·  Maggio 2026

Le serrande sono abbassate. Sul Rione Esquilino di Roma, nel cuore della storica
_China Town_ partenopea di via Foria, lungo i viali commerciali di Prato e nelle
vie periferiche di decine di altre città italiane, i colori sgargianti dei bazar"
tutto a poco" hanno lasciato il posto a vetrine vuote, a cartelli di affitto, a 
silenzi che parlano più di mille statistiche. La fine di un'epoca commerciale non
avviene mai con un bang: avviene con una serranda che scende, poi un'altra, poi 
un'altra ancora, finché un intero modello economico scompare quasi senza che ce 
ne accorgiamo.

Quei negozi — stracolmi di oggettistica plastica, utensili da cucina, giocattoli,
biancheria, ferramenta da due spiccioli — erano entrati nell'immaginario collettivo
degli italiani come un punto di riferimento imprescindibile per il risparmio domestico.
Nati sulle fondamenta dell'immigrazione cinese di prima generazione, soprattutto
dalla provincia dello Zhejiang, avevano costruito in quarant'anni un sistema commerciale
verticalmente integrato: dalla fabbrica cinese allo scaffale italiano, senza intermediari
e con un solo motore, il lavoro familiare non retribuito. Quel motore, oggi, si 
è spento.

 Continua a leggere

 288.661 Cittadini cinesi regolarmente soggiornati in Italia (dic. 2024)

 50.027 Imprese individuali cinesi registrate in Italia (2024)

 43 Mld€ Deficit commerciale Italia–Cina registrato nel 2025

 +133% Crescita visite mensili di Temu in Italia nel 2025 (su 2024)

01 · Introduzione

## Il tramonto di un'epoca: la "serrata silenziosa"

Definire il fenomeno una "crisi" sarebbe riduttivo. Si tratta, più precisamente,
di una **mutazione strutturale** che investe contemporaneamente l'economia cinese
globale, i comportamenti d'acquisto degli italiani e il destino delle seconde generazioni
di migranti nate e cresciute nella penisola. Il bazar cinese — nella sua forma archetipica
di emporio low-cost dalle merci inimmaginabili — non sta attraversando una congiuntura
difficile: sta concludendo il proprio ciclo biologico.

Il modello aveva radici profonde. I primi migranti dallo Zhejiang arrivarono in 
Italia già negli anni Settanta, quando il governo cinese avviò politiche più aperte
sull'emigrazione. Dall'importazione alla vendita al dettaglio, la filiera era completamente
cinese, gestita tra famiglie con rapporti molto solidi. La grande espansione avvenne
tra il 2008 e il 2013, quando la crisi economica italiana fece esplodere la domanda
di prodotti a bassissimo costo: erano anni in cui il bazar cinese si trasformava
da curiosità etnica a presidio economico di quartiere.

Oggi, di quella stagione restano solo le serrande abbassate. Secondo testimonianze
raccolte già all'epoca della prima recessione — e confermate dai trend attuali —
solo da Roma si stimano tra le duemila e tremila partenze di imprenditori cinesi
negli anni di crisi. Un esodo che ha ripreso vigore nel 2024-2025 con motivazioni
del tutto diverse: non più la fuga dalla povertà italiana, ma l'attrazione di opportunità
più sofisticate, in Cina come in altri mercati europei.

02 · Digitale

## La tempesta perfetta: quando lo smartphone uccide lo scaffale

Il colpo di grazia al bazar fisico è arrivato da dove meno ci si aspettava: dagli
stessi produttori cinesi che lo rifornivano. Piattaforme come Temu, Shein e AliExpress
hanno bypassato l'intera catena distributiva intermedia, portando la fabbrica direttamente
nel palmo della mano del consumatore italiano.

I numeri certificano un cambiamento di paradigma. Nel 2025, **l'e-commerce italiano
ha superato i 58 miliardi di euro** di valore, in crescita del 13% rispetto all'anno
precedente, con oltre 35 milioni di acquirenti online. Temu ha registrato in Italia
una crescita delle visite mensili del **+133%** rispetto al 2024 — un'accelerazione
che, per avere un termine di paragone, ha raggiunto il +622% nei Paesi Bassi e il
+459% nel Regno Unito. Il dato più illuminante, tuttavia, è quello doganale: nel
2025, il 98,5% dei mini-pacchi a basso valore spediti verso l'Italia proveniva dalla
Cina, per un totale di oltre **390 milioni di articoli**, con una crescita del 23%
rispetto all'anno precedente.

> Il consumatore entra nel bazar, scansiona il codice a barre con lo smartphone 
> e acquista lo stesso prodotto su Temu a metà prezzo: l'e-commerce non ha affitti,
> non ha bollette, non ha commessi.

 Analisi del modello competitivo — Yocabè Mappa Marketplace 2025

L'asimmetria strutturale è insanabile. Il bazar fisico sostiene costi di affitto(
mediamente 2.000-4.000 euro/mese nelle zone urbane), bollette energetiche, gestione
del magazzino, logistica e — sempre più — personale assunto con contratti regolari.
L'e-commerce cinese non ne sostiene quasi nessuno. Le spedizioni sotto i 150 euro
beneficiavano fino al 2025 di una corsia doganale preferenziale (il tracciato H7)
che azzerava di fatto i dazi: solo nel 2026 l'Italia ha introdotto un contributo
fisso di 2 euro per spedizione extra-UE sotto tale soglia, una misura che gli esperti
giudicano insufficiente a riequilibrare la partita.

A ciò si aggiunge la **gamification dell'acquisto**: le app cinesi di fast commerce
hanno trasformato lo shopping in un'esperienza ludica, con giochi a premi, coupon
a tempo, politiche di reso senza domande. L'engagement emotivo con lo schermo non
ha paragone con la passeggiata tra gli scaffali di un locale di quartiere.

03 · Struttura d'impresa

## La crisi del "modello familiare": affitti, bollette e contratti regolari

Il bazar cinese era fondamentalmente un'impresa familiare a capitale umano nascosto.
Funzionava grazie al lavoro di parenti appena arrivati dalla Cina che non figuravano
nelle buste paga, ai turni massacranti autoimposti dai titolari, alla capacità di
reinvestire ogni margine nell'allargamento del magazzino. Era un modello resiliente
perché invisibile ai costi del lavoro formale.

Quel sistema ha iniziato a scricchiolare per ragioni convergenti. Primo: **l'esplosione
dei canoni di locazione commerciale** nelle zone urbane ha reso insostenibile un
business che opera su margini del 15-25%. Secondo: la stretta normativa sul lavoro
sommerso e le verifiche ispettive hanno obbligato molti titolari ad assumere personale
esterno con contratti regolari, un costo che i prodotti "tutto a 1 euro" semplicemente
non riescono ad assorbire. Terzo: le **bollette energetiche post-2022** hanno colpito
duramente negozi che, per necessità di esposizione, tengono le luci accese lungo
tutto l'arco della giornata.

#### Il paradosso della formalizzazione

La stessa crescita di tutele e diritti del lavoro che ha migliorato le condizioni
dei dipendenti cinesi ha eroso il vantaggio competitivo dei bazar. Un'impresa che
vende un colino da 0,80 euro non può permettersi dipendenti regolarizzati al costo
medio italiano di 25-30 euro l'ora onnicomprensiva. La formalizzazione del mercato
del lavoro ha reso obsoleto un modello basato sull'informalità strutturale.

Il Rapporto CSER sulla comunità cinese in Italia 2025 certifica che i lavoratori
cinesi si concentrano in tre grandi settori: industria (30%), commercio (28%) e 
ristorazione (28,5%). Il dato sulla ristorazione, quasi alla pari con il commercio
tradizionale, anticipa la traiettoria evolutiva che analizzeremo più avanti.

04 · Generazioni

## Dai magazzini alle università: il rifiuto dell'eredità

C'è una terza dimensione, forse la più decisiva sul lungo periodo, che nessuna statistica
riesce a catturare pienamente: **il grande salto generazionale**. I figli e i nipoti
degli imprenditori cinesi di prima generazione sono, a tutti gli effetti, giovani
italiani. Hanno frequentato le scuole della Repubblica, si sono laureati in Medicina,
Architettura, Diritto, hanno sviluppato ambizioni professionali che il bazar dei
genitori non può soddisfare.

Gestire un emporio di merce low-cost aperto sette giorni su sette dalle otto del
mattino alle ventidue di sera non è il destino che una laurea magistrale lascia 
immaginare. Per molti giovani italo-cinesi, accettare l'eredità dei genitori è percepito
come un regresso rispetto al percorso accademico compiuto. La conseguenza è brutale
nella sua semplicità: quando il titolare di prima generazione non è più in grado
di lavorare, o semplicemente vuole smettere, non c'è nessuno a rilevare l'attività.
Il negozio chiude.

È un fenomeno di **ricambio generazionale mancato** che attraversa, con intensità
diverse, tutte le comunità di immigrati imprenditoriali. Ma nella comunità cinese
assume dimensioni particolarmente accentuate, proprio per l'intensità dell'investimento
educativo delle famiglie: i dati del Quaderno di Confronto 2025 mostrano come la
seconda generazione cinese in Italia presenti tassi di scolarizzazione superiori
alla media nazionale.

> Le seconde generazioni cinesi in Italia sono nate qui, parlano italiano senza 
> accento, si sono laureate nelle nostre università. Il bazar è il passato dei loro
> genitori, non il loro futuro.

 Quaderno di Confronto CSER — Comunità cinese in Italia 2025

05 · Evoluzione

## Evoluzione, non estinzione: dai magazzini ai sushi bar

La chiusura dei bazar non significa la scomparsa dell'imprenditoria cinese dalla
scena economica italiana. Significa la sua trasformazione in qualcosa di radicalmente
diverso: più sofisticato, più integrato nel gusto italiano, più redditizio per unità
di prodotto. Il capitale accumulato in quarant'anni di commercio low-cost si sta
reinvestendo nel settore della ristorazione moderna, dove i margini sono incomparabili
con quelli dei colini da ottanta centesimi.

L'esplosione di sushi bar, ristoranti di ramen, locali di bubble tea e cucina pan-
asiatica gestiti da imprenditori cinesi — spesso di seconda generazione — è il segnale
più visibile di questa metamorfosi. La storia di Cristian Lin, imprenditore cinese
che dalla propria esperienza personale ha costruito Sushiko, catena di oltre cinquanta
ristoranti di cucina giapponese sparsi in tutta Italia, è diventata un archetipo.
I sette locali originali furono affidati proprio alle seconde generazioni, con risultati
che nessuno aveva previsto.

I dati confermano la traiettoria. Nel 2024, le ricerche online in Italia relative
a ristoranti e ricette orientali sono aumentate del **54% rispetto al 2022**. La
cucina cinese rimane la più cercata dagli italiani (57% delle ricerche), seguita
da quella giapponese (31%). L'interesse non è solo culturale: è economico. L'italiano
che va a mangiare in un ristorante asiatico spende mediamente 20-35 euro a coperto,
contro i 2-3 euro di un acquisto al bazar. Il differenziale di margine è strutturale.

#### Il caso dei bar italiani a gestione cinese

C'è un fenomeno parallelo, spesso frainteso nel dibattito pubblico: la crescita 
di bar italiani tradizionali acquisiti da imprenditori cinesi. Stessa insegna, stessi
arredi, stesso cornetto. Si tratta di un'operazione razionale: il bar italiano ha
un problema di modello (scarsa profittabilità), non di mercato (il settore vale 
20 miliardi). Gli imprenditori cinesi acquistano attività in difficoltà e le risanano
con la propria disciplina gestionale, senza stravolgere l'offerta. Un'integrazione
silenziosa che avviene nel pieno rispetto del prodotto italiano.

06 · Geopolitica

## Un'Europa "sbocco": dazi americani, sovrapproduzione cinese e i 43 miliardi del deficit

Sullo sfondo di queste trasformazioni locali si muovono forze geopolitiche di enorme
portata. La guerra commerciale americana — con i dazi imposti dall'amministrazione
Trump fino al 145% sulle importazioni dalla Cina — ha deviato flussi commerciali
giganteschi verso l'Europa, che ha mantenuto i propri mercati relativamente aperti.
L'Italia si è ritrovata in prima linea di questo reindirizzamento.

Il risultato è drammatico: nel 2025, il **deficit commerciale italiano con la Cina
ha raggiunto i 43 miliardi di euro**. Le esportazioni cinesi verso l'Europa sono
cresciute del **32% nello stesso anno**, e i primi due mesi del 2026 confermano 
il trend con un incremento del 22% rispetto al corrispondente periodo 2025. Il surplus
cinese verso il resto del mondo ha raggiunto i 213,6 miliardi di dollari nel solo
bimestre gennaio-febbraio 2026.

Questa inondazione di merci non è casuale: è il riflesso di una **crisi strutturale
della domanda interna cinese**. La bolla immobiliare cinese — uno dei pilastri della
ricchezza delle famiglie — ha distrutto la fiducia dei consumatori. Le fabbriche
continuano a produrre a piena capacità, ma il mercato domestico non assorbe più.
Il surplus deve trovare sbocco altrove, e l'Europa — con i suoi consumatori tra 
i più ricchi al mondo e le sue barriere doganali più basse di quelle americane —
è il mercato di sfogo naturale.

La paradossale conseguenza per i bazar cinesi italiani è che le stesse merci che
un tempo distribuivano arrivano oggi direttamente a casa dei clienti, in 10-15 giorni,
a prezzi ancora più bassi. La disintermediazione è completa.

 +32% Crescita esportazioni cinesi verso l'Europa nel 2025

 145% Dazi USA sulle importazioni dalla Cina (amministrazione Trump)

 396 Mln Articoli ordinati online in Italia nel 2025, quasi tutti dalla Cina

 +54% Crescita ricerche online di ristoranti e ricette orientali in Italia (2024
su 2022)

07 · Prospettive

## Cosa aspettarsi: ritorno, pausa o trasformazione definitiva?

La storia della comunità cinese in Italia — ricostruita con rigore nel volume _Chinamen.
Un secolo di cinesi a Milano_ — è la storia di una capacità straordinaria di adattamento."
Non è più una comunità nuova, né un fenomeno improvviso", ricorda il CSER nel suo
rapporto 2025. Quella memoria lunga è fondamentale per non cadere nell'errore di
leggere la fine del bazar come la fine di una presenza.

Tre scenari si profilano per il futuro prossimo. Il primo è il **ritorno selettivo
in Cina**: molti imprenditori sono attratti da un'economia che, nonostante le bolle
interne, offre incentivi fiscali e programmi di attrazione per i cinesi d'oltremare
con competenze e capitali accumulati all'estero. Il secondo è la **reinvenzione 
nel food & beverage**, già in atto, con la ristorazione moderna che assorbe il capitale
imprenditoriale liberato dalla chiusura dei bazar. Il terzo, più sottile, è la **
migrazione verso altri modelli commerciali**: il portale Venderefacileaicinesi.com—
nato per mettere in vetrina attività italiane rivolte a investitori cinesi — è un
segnale eloquente di come il capitale d'origine cinese stia cercando nuovi vettori,
dai bar tradizionali alle piccole imprese manifatturiere.

Va detto, per completezza, che la comunità cinese in Italia continua a crescere 
numericamente: al dicembre 2024, i cittadini cinesi regolarmente soggiornati erano**
288.661**, con un aumento dell'8,1% rispetto all'anno precedente. Non è una comunità
in fuga: è una comunità in transizione. La differenza non è semantica; è sostanziale.

Per l'Italia, la sfida è saper cogliere questa transizione come un'opportunità di
integrazione più profonda, piuttosto che viverla come una perdita. Seconde e terze
generazioni di italo-cinesi con lauree, competenze linguistiche trasversali e network
internazionali rappresentano una risorsa che il paese fatica ancora a riconoscere
e valorizzare appieno.

Conclusione

## La serranda che scende, e quella che si alza

C'è qualcosa di malinconico, ma anche di profondamente dinamico, nella fine dei 
bazar cinesi. Quella serranda che scende porta con sé quarant'anni di lavoro duro,
di famiglie ricostruite a migliaia di chilometri da casa, di un'idea di risparmio
che ha aiutato generazioni di italiani a comprare ciò che non si sarebbero potuti
permettere altrimenti. Va onorata.

Ma su quella stessa via commerciale, qualche numero civico più in là, sta aprendo
un ristorante di ramen gestito da una giovane italo-cinese laureata in Scienze Gastronomiche.
Qualche città più a nord, un imprenditore di Wenzhou ha appena acquisito una storica
pasticceria milanese, salvando sei posti di lavoro italiani. Qualche click più in
là, un ragazzo della seconda generazione ha fondato una startup di logistica che
sfrutta le reti commerciali tra Italia e Cina che i suoi genitori hanno costruito
pezzo per pezzo.

La scomparsa del bazar non è la fine della presenza economica cinese in Italia: 
è la sua maturazione. E spetta all'Italia decidere se accoglierla come una risorsa
o temerla come una minaccia. La risposta, come spesso accade, determinerà non solo
il destino della comunità cinese, ma anche quello dell'economia italiana.

##### Fonti e riferimenti

 * CSER — Quaderno di Confronto: Comunità cinese in Italia, Rapporto annuale 2025
 * T24 Economia — "L'invasione delle merci cinesi (+32% in un anno)", marzo 2026
 * Yocabè — Mappa Marketplace 2025 / Il Sole 24 Ore, novembre 2025
 * BusinessOnline.it — Analisi flussi doganali e spedizioni dalla Cina verso l'Italia,
   2025
 * HelloFresh / Food Affairs — Studio su ricerche ristoranti e ricette orientali
   in Italia, giugno 2025
 * Restworld — "Bar italiani a gestione cinese: cosa sta succedendo", maggio 2026
 * Spazio Informazione Libera — "Crisi dei Bazar Cinesi in Italia", febbraio 2026
 * AGI / Vice Italia — Storia di Cristian Lin e Sushiko; imprenditori cinesi nella
   ristorazione giapponese
 * Lumsanews — "Banglamarket e negozi cinesi: il retrobottega del business straniero",
   2024
 * SanFrancescoPatronoditalia.it — "Crisi e affari, i cinesi lasciano l'Italia",
   archivio 2013
 * Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali — Rapporto sulla comunità cinese
   in Italia

 **Nota editoriale:** Questo articolo è stato redatto incrociando dati da fonti 
primarie istituzionali e secondarie giornalistiche aggiornate a maggio 2026. Laddove
i dati disponibili si riferiscono al 2024 o a periodi precedenti, è stato indicato
esplicitamente. Le stime sul numero di partenze dalla comunità cinese riflettono
ricostruzioni giornalistiche d'archivio e non dati ufficiali. AboutMagazine.it persegue
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