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Chi paga l'accordo UE-Tunisia? | About Magazine

Geopolitica · Inchiesta

Chi paga l'accordo UE-Tunisia?

Un miliardo di euro annunciato, pochi documenti pubblici, un Mediatore e una Corte dei conti che chiedono trasparenza da due anni. Seguire il denaro europeo a Tunisi significa scoprire che il problema non è solo dove va, ma che quasi nessuno, fuori da Bruxelles, può dimostrarlo.

Il 2 luglio 2023 le forze di sicurezza tunisine cominciarono a trasferire con la forza centinaia di migranti subsahariani da Sfax verso una zona desertica vicino al valico di Ras Jedir, al confine con la Libia. Lo documentò Human Rights Watch, mentre le autorità tunisine negavano i rastrellamenti. Quattordici giorni dopo, il 16 luglio, a Tunisi, la Commissione europea e le autorità tunisine firmavano un memorandum d'intesa su un «partenariato strategico e globale».

Nel testo, notò allora l'inchiesta di IrpiMedia, le parole «democrazia» e «stato di diritto» non compaiono mai. Tre anni dopo, il 16 luglio 2026, 46 organizzazioni per i diritti umani, tra cui Amnesty International, Human Rights Watch, EuroMed Rights e il Forum tunisino per i diritti economici e sociali, hanno chiesto alla Commissione e agli Stati membri di sospendere il sostegno alle forze di sicurezza tunisine. Amnesty ha definito l'intesa un «modello di complicità».

Questo articolo non parte da un verdetto. Parte da una domanda che l'entusiasmo sui numeri degli sbarchi tende a coprire: chi paga l'accordo, e chi risponde di ciò che quei soldi rendono possibile? La tesi, controcorrente rispetto alle due versioni in circolazione, «il modello funziona» e «l'Europa finanzia un autocrate», è più scomoda: il nodo non è soltanto dove vanno i fondi, ma che le garanzie sui diritti umani, se esistono, sono in larga parte invisibili a chi dovrebbe controllarle.

Il miliardo che è un tetto, non un conto

Le cifre dell'annuncio sono note: 105 milioni per la gestione dei flussi migratori, 150 milioni di sostegno al bilancio e fino a 900 milioni di assistenza macrofinanziaria in forma di prestiti. Per misurarle, l'analisi di Eurac osserva che il pacchetto equivale a quanto la Tunisia aveva ricevuto in tutto tra il 2014 e il 2020. Il quadro cambia però se si guarda a ciò che è stato davvero erogato.

I 900 milioni erano subordinati alle riforme del Fondo monetario internazionale, nell'ambito di un programma da 1,9 miliardi che il presidente Kaïs Saïed aveva bollato come «diktat». A fine settembre 2023 Bruxelles annunciò un primo blocco di quasi 127 milioni. Ma una parte consistente non era denaro nuovo: secondo Al Jazeera il resto era destinato a programmi già concordati, compresi 60 milioni di sostegno al bilancio, e secondo l'AFP solo circa un terzo (44 dei 135 milioni di dollari) rientrava nel capitolo migrazione del memorandum. Saïed respinse la somma come «elemosina» e, secondo Il Sole 24 Ore, decise di restituire 60 milioni.

Cosa è stato annunciato e cosa risulta dalle fonti pubbliche
VoceImportoStato, secondo le fonti consultate
Gestione migratoria: frontiere, ricerca e soccorso, rimpatri105 mln €Stanziati. A febbraio 2024 circa 65 milioni risultavano destinati ad addestrare ed equipaggiare i guardacoste e il Centro di coordinamento del soccorso marittimo (Amnesty).
Sostegno al bilancio dello Stato150 mln €Erogati a marzo 2024 (IrpiMedia).
Assistenza macrofinanziaria, in prestitifino a 900 mln €Legata a un accordo con l'FMI. Nelle fonti pubbliche consultate non risulta l'erogazione del grosso della somma: dato da verificare con la Commissione.
Primo blocco annunciato a settembre 2023quasi 127 mln €In parte programmi già concordati. Tunisi rifiutò la tranche e restituì 60 milioni.

Le voci non sono sommabili: si sovrappongono, provengono da fonti diverse e alcune riguardano fondi già programmati prima del memorandum.

C'è poi la storia lunga. IrpiMedia ha tracciato oltre 570 milioni di fondi europei per stato di diritto, sicurezza e giustizia destinati alla Tunisia, dentro un'assistenza complessiva che dal 2011 vale 3,4 miliardi di euro. Il memorandum non è un big bang: è un nuovo strato su una pila di cooperazione securitaria che dura da anni.

Seguire i soldi: tre canali, una domanda

Il denaro europeo non arriva a Tunisi da un unico tubo. Distinguere i canali è decisivo, perché cambiano le garanzie e cambia chi ne risponde.

  • Sostegno al bilancio

    Da: Commissione europea
    A: Tesoro tunisino

    150 mln € · marzo 2024

    L'unico canale in cui il denaro entra nelle casse dello Stato. ISPI lo descriveva come un versamento immediato e senza condizionalità; il memorandum, rileva il Mediatore, non prevede meccanismi di sospensione per violazioni dei diritti.

  • Progetti tramite partner

    Da: Commissione europea
    A: OIM, ICMPD, UNHCR, ONG

    importi per progetto: poco documentati pubblicamente

    Secondo la Commissione, nel settore migratorio nessun fondo va direttamente alle autorità tunisine. I contratti con i partner contengono clausole sui diritti umani e sono monitorati dalla delegazione UE.

  • Mezzi, addestramento, coordinamento

    Da: UE e Stati membri
    A: guardia costiera e Centro di soccorso marittimo

    circa 65 mln € entro febbraio 2024

    La parte più contestata. Nel giugno 2026 la Commissione ha annunciato la consegna di tre nuove imbarcazioni di soccorso alla guardia costiera tunisina (AGI).

Il punto critico sta fra il secondo e il terzo canale. Se i fondi passano da partner internazionali, chi risponde dell'uso finale di motovedette e addestramenti? Nel 2024, davanti alle accuse di violenze sui migranti, una portavoce della Commissione ribadì che i fondi migratori transitano per organizzazioni internazionali, Stati membri e ONG, e che la Tunisia, Stato sovrano, doveva indagare su eventuali abusi delle proprie forze di sicurezza. Il Mediatore europeo osserva però che proprio questi partner hanno un ruolo importante nello sviluppo delle capacità di gestione delle frontiere tunisine. La catena di responsabilità, in altre parole, esiste sulla carta ma si assottiglia quando si arriva all'ultimo anello.

Partita doppia

Un conto si legge meglio in due colonne: per ogni voce che incassa, qualcuno paga. Ecco la contabilità dell'accordo, così come emerge dalle fonti pubbliche.

Chi incassa

  • Il bilancio dello Stato tunisino150 milioni di sostegno al bilancio erogati a marzo 2024 (IrpiMedia).
  • Le forze di sicurezza marittimeCirca 65 milioni di addestramento e attrezzature entro febbraio 2024 (Amnesty).
  • Gli organismi attuatoriOIM, ICMPD, UNHCR e ONG, come indicato dalla Commissione al Mediatore.
  • I governi europeiUn calo degli arrivi dalla Tunisia all'Italia del 97% dal 2023, secondo la lettera di von der Leyen ai leader UE (giugno 2026).

Chi paga

  • I contribuenti europeiFondi del bilancio UE, tramite lo strumento NDICI-Global Europe, e degli Stati membri.
  • Le persone in movimentoEspulsioni collettive, detenzioni e violenze documentate da Amnesty, Human Rights Watch e dalle ONG tunisine.
  • La società civile tunisinaProcessi, sospensioni di associazioni e condanne, secondo il rapporto di Human Rights Watch del settembre 2026.
  • La credibilità dell'UnionePer Amnesty, l'accordo ha compromesso la capacità dell'UE di chiedere conto a Tunisi sui diritti umani.

Le garanzie, sulla carta

Il 21 ottobre 2024 la Mediatrice europea Emily O'Reilly ha chiuso un'indagine d'iniziativa sul rispetto dei diritti umani nel memorandum. Il verdetto è sfumato e proprio per questo istruttivo. La Commissione non aveva svolto una valutazione d'impatto sui diritti umani autonoma prima della firma, sostenendo che non fosse necessaria perché il memorandum è un accordo politico non vincolante. Il Mediatore ha respinto il ragionamento.

«Una valutazione d'impatto preventiva, o un esercizio equivalente, era essenziale.» Mediatore europeo, decisione OI/2/2024/MHZ (traduzione nostra)

Ha però riconosciuto che la Commissione aveva condotto un esercizio annuale di gestione del rischio sulla Tunisia, con criteri analoghi, e ha chiuso senza ulteriori indagini, invitando Bruxelles a seguire quattro suggerimenti: pubblicare una sintesi di quell'esercizio; raccogliere in un unico documento pubblico gli esiti del monitoraggio dei partner; fissare criteri pubblici per sospendere i contratti in caso di violazioni; incoraggiare i partner a istituire meccanismi di reclamo per chi subisce abusi.

I dettagli pesano. Il memorandum, rilevò il Mediatore, cita il rispetto dei diritti solo in termini generici e non prevede né un meccanismo di monitoraggio né clausole di sospensione. Le condizioni generali dei contratti con i partner indicano soltanto due esempi di circostanze eccezionali che consentono di sospendere. I documenti ispezionati dagli uffici del Mediatore furono dichiarati riservati dalla Commissione. E, per correttezza, va detto che al momento dell'ispezione non esistevano ancora rapporti di attuazione sui contratti firmati dopo il memorandum. Nel luglio 2026 le 46 ONG chiedono ancora di rendere pubblici i criteri e le valutazioni per cui nessuna sospensione, modifica o misura correttiva è stata decisa sui fondi del memorandum.

La Corte dei conti europea è arrivata a conclusioni convergenti, per un perimetro diverso. Nella relazione speciale 17/2024 ha esaminato il Fondo fiduciario d'emergenza per l'Africa, oltre 5 miliardi di euro e il predecessore dei programmi attuali, visitando anche la Tunisia. Ha concluso che i rischi per i diritti umani non erano stati affrontati in modo esaustivo. Su 58 relazioni di missione nei cinque Paesi visitati, una sola indicava controlli sul principio del «non nuocere». Dieci funzionari delle delegazioni UE, interpellati in forma confidenziale, hanno dichiarato di aver segnalato violazioni ai colleghi, ma a livello centrale la Commissione ne aveva registrata una soltanto; quasi tre quarti dei rispondenti non aveva ricevuto istruzioni su come farlo. La Corte è netta: «non esistono procedure formali» per segnalare e valutare le denunce. E in Libia, pur in presenza di evidenze, la Commissione non aveva sospeso alcuna attività del Fondo.

L'episodio più rivelatore riguarda un progetto regionale per Marocco e Tunisia sulla sorveglianza marittima. La Corte ha accertato che il documento d'azione era stato modificato per tenere conto dei commenti degli Stati membri sui diritti umani: via i riferimenti a un approccio basato sui diritti, incluso il coordinamento con le autorità nazionali per i diritti umani e la tutela delle vittime. Quelle informazioni non furono condivise con il comitato operativo. Il progetto è precedente al memorandum, e ciò che la Corte ha esaminato non sono i fondi del 2023. Ma mostra come nascono, e come si assottigliano, le garanzie quando la priorità è fermare le partenze.

Il successo e i suoi conti

Il calo degli sbarchi è un fatto. Secondo AGI, nel 2025 gli arrivi dalla rotta tunisina sono stati 4.841, oltre il 75% in meno in un anno. Nella lettera ai leader del giugno 2026, riferisce AGI, von der Leyen ricorda che «dal 2023 gli arrivi irregolari dalla Tunisia verso l'Italia sono diminuiti del 97%», e annuncia le nuove imbarcazioni per la guardia costiera.

Ma un'efficacia misurata solo dai numeri in arrivo è una contabilità a metà. L'altra colonna è meno documentata. Amnesty riferisce che alla fine del 2024 i guardacoste tunisini avevano intercettato oltre 140.000 persone, con il timore che il dato reale sia più alto, e che per gli anni successivi non esistono dati né ufficiali né ufficiosi. Le persone intercettate in mare, aggiunge l'organizzazione, vengono spesso rimandate o trafficate in Libia. I rientri «volontari» assistiti dall'OIM sono saliti: 6.789 nel 2024, con fondi UE, e 8.853 nel 2025 secondo i dati OIM riportati da Agenzia Nova. Il sito indipendente Nawaat raccoglie però testimonianze secondo cui alcune persone sarebbero pagate dalle autorità per convincere altre ad aderire, e l'OMCT segnala che dal novembre 2025 gli osservatori sono stati più volte respinti dal centro di detenzione di El Ouardia. Le organizzazioni per i diritti umani contestano che un rientro sia davvero volontario quando l'alternativa è l'arresto o l'espulsione.

E poi ci sono le espulsioni. Nell'estate 2023 almeno 27 persone sono morte, secondo l'AFP e le ONG, nelle zone di frontiera in cui furono abbandonate. Il rapporto di Amnesty del novembre 2025 raccoglie nuove testimonianze di fame, espulsioni verso il deserto e carcere; Avvenire riporta che l'allora Alto commissario ONU per i rifugiati, Filippo Grandi, parlava di una repressione più severa che in Libia. Anche i meccanismi di misura sono carenti: la Corte dei conti ha notato che i progetti europei di controllo delle frontiere esaminati non prevedevano indicatori per contare le persone salvate o intercettate, né per valutare l'effetto sui flussi.

Chi controlla i controllori

Il sistema di garanzie europeo poggia su tre appoggi: la delegazione UE a Tunisi, i partner attuatori e il dialogo con la società civile locale. È il terzo a sgretolarsi. Il rapporto di Human Rights Watch del 2 settembre 2026 documenta che almeno 47 persone legate a organizzazioni non governative sono state perseguite e almeno 14 condannate dopo i processi del 2025 e 2026. Tra loro Saadia Mosbah, difensora dei diritti dei migranti, condannata a otto anni il 19 marzo. Cinque dipendenti di organizzazioni che assistevano richiedenti asilo sono stati condannati per attività legate al loro mandato, e le organizzazioni hanno cessato di operare. Almeno 20 associazioni risultano sospese.

«Ci pensa due volte prima di parlare, scrivere o organizzare un'attività.» Rabie Kacem, collettivo Nafas, ad Al Jazeera, su chi oggi in Tunisia si occupa di cosa pubblica (traduzione nostra)

Una lettura nostra, e come tale va presa: se le garanzie europee dipendono da occhi sul terreno, la stretta sugli osservatori ne riduce la portata proprio mentre i fondi continuano a fluire. Nel giugno 2024 la sospensione delle procedure di asilo dell'UNHCR ha tolto un altro presidio; nel febbraio 2026 il Parlamento europeo ha incluso la Tunisia nell'elenco comune dei «paesi di origine sicuri», applicabile dal 12 giugno 2026, con il relatore italiano Alessandro Ciriani che l'ha presentato come un chiarimento delle regole e decine di ONG che hanno obiettato che la Tunisia non soddisfa i criteri. Amnesty ricorda inoltre che il memorandum fu firmato nonostante le obiezioni del Parlamento europeo, i cui poteri di controllo sarebbero stati aggirati.

Le ragioni dell'altra parte

Un'inchiesta onesta deve dare voce alle tesi opposte, che non sono banali. La Commissione sostiene che il memorandum, essendo un accordo politico, non richiedeva una valutazione d'impatto formale; che il rischio-paese viene valutato ogni anno; che i contratti con i partner contengono clausole sui diritti umani; che i fondi migratori non vanno direttamente alle autorità tunisine e passano per organismi esperti. Lo stesso Mediatore ha giudicato rassicurante che l'esame preventivo ci sia stato e ha ritenuto solide le relazioni sui progetti che ha potuto ispezionare. Von der Leyen rivendica un obiettivo preciso: ogni viaggio dei trafficanti evitato è «potenzialmente una vita salvata».

Sul versante tunisino, il memorandum ribadisce che il Paese non diventerà un luogo di sosta per migranti irregolari e che gestisce le proprie frontiere in autonomia; all'epoca delle espulsioni di Sfax le autorità tunisine negarono i rastrellamenti. Tra i sostenitori, compresa la premier italiana Giorgia Meloni, l'intesa è stata salutata come modello regionale; per i critici, tra cui la Germania, resta da dimostrare che funzioni e che non finisca per finanziare il governo di Saïed.

L'argomento della Commissione regge, però, solo se le garanzie esistono e sono verificabili. E se esistono, renderle pubbliche costa poco.

Cosa chiedere a Bruxelles

L'accountability non è un'astrazione: ha richieste precise, che il Mediatore e le ONG hanno già formulato.

  • Pubblicare la sintesi dell'esercizio di gestione del rischio condotto sulla Tunisia prima della firma.
  • Rendere pubblico un documento unico e aggiornato con gli esiti del monitoraggio sui diritti umani dei progetti migratori.
  • Fissare e pubblicare i criteri di sospensione dei contratti in caso di violazioni.
  • Imporre ai partner meccanismi di reclamo accessibili alle persone che subiscono abusi.
  • Pubblicare i documenti d'azione dei programmi migratori e indicare quanto del miliardo annunciato è stato erogato, per canale e per destinatario.

Chi paga, alla fine

Chi paga l'accordo UE-Tunisia? In ordine: i contribuenti europei, con denaro vero e in parte non nuovo; le persone intercettate, espulse o «rientrate», con un costo che nessun bilancio registra; la società civile tunisina, con processi e sospensioni; e, a rate, la credibilità di un'Unione che chiede ai partner una trasparenza che non ha ancora mostrato su di sé.

Chiedere conto non è un'obiezione al controllo delle frontiere: è la condizione perché quel controllo sia legittimo. Se la Commissione è convinta che le garanzie funzionino, ha l'occasione di dimostrarlo con documenti, non con percentuali. E i cittadini europei non sono spettatori: possono sollecitare i propri eurodeputati a pretendere risposte, presentare richieste di accesso ai documenti delle istituzioni e rivolgersi al Mediatore europeo.

I conti pubblici si leggono in due colonne. Finché Bruxelles ne mostra una sola, la domanda resta aperta.

Fonti