About Magazine / Geofinanza
Chi paga il disordine
Ogni accordo che salta, ogni sanzione aggirata, ogni istituzione che perde autorità sposta denaro. Non lo distrugge: lo sposta. Questa è la contabilità del trasferimento, voce per voce.
di Leo Mila
Inchiesta · 19 settembre 2026 · tempo di lettura 18 minuti
Giovedì scorso, nello Stretto di Hormuz, i satelliti hanno contato circa dieci navi commerciali. Prima della guerra ne passavano tra le ottantotto e le centotrenta al giorno. Nello stesso giorno, una petroliera VLCC sulla rotta Golfo–Cina incassava una tariffa prossima agli 800.000 dollari giornalieri: più di dieci volte quella di un anno fa. E nello stesso giorno, a Karachi, il conto settimanale del petrolio importato dal Pakistan restava attorno agli 800 milioni di dollari, contro i 300 di prima del conflitto.
Tre numeri, un solo evento. Sono la stessa notizia letta da tre bilanci diversi. Il disordine internazionale ha un listino prezzi: semplicemente, nessuno lo pubblica.
Siamo abituati a raccontare le crisi geopolitiche con il lessico della perdita collettiva: il mondo «perde», l'economia globale «brucia» valore, tutti ne escono più poveri. È vero solo in parte, ed è la parte meno interessante. Le crisi distruggono ricchezza, sì. Ma soprattutto la redistribuiscono, e lo fanno con una regolarità che i dati permettono ormai di misurare con una precisione quasi contabile. Per ogni riga in rosso da qualche parte c'è una riga in nero da un'altra. Il problema è che le due righe non compaiono mai sullo stesso foglio.
Questo articolo prova a metterle sullo stesso foglio.
Voce zeroIl disordine non è un costo. È un trasferimento.
Cominciamo dall'aggregato, perché serve a inquadrare la scala, e poi abbandoniamolo subito, perché l'aggregato nasconde tutto quello che conta.
Nel suo World Economic Outlook di aprile 2026 — significativamente intitolato Global Economy in the Shadow of War — il Fondo Monetario Internazionale ha tagliato le previsioni di crescita globale per l'anno dal 3,4% che si apprestava a certificare prima del 28 febbraio al 3,1%. L'aggiornamento di luglio ha limato ancora, a 3,0%, con un rimbalzo atteso al 3,4% nel 2027. L'inflazione mondiale, che scendeva ininterrottamente dall'inizio del 2024, è stata rivista al rialzo al 4,7%. La crescita del commercio mondiale è attesa dimezzarsi in ritmo, dal 5% del 2025 al 3,5%.
Tre decimi di punto di crescita globale in meno. Detta così sembra un'inezia da economisti. Ma il Fondo ha pubblicato anche la disaggregazione, ed è lì che la storia diventa un'altra storia: l'inflazione attesa nel 2026 è del 3,0% nelle economie avanzate e del 5,8% in quelle emergenti e in via di sviluppo. Quasi il doppio. Nello scenario avverso del Fondo — conflitto più lungo, energia più cara, condizioni finanziarie più tese — l'impatto sui paesi emergenti è stimato quasi doppio rispetto a quello sulle economie avanzate.
La media globale, in altre parole, è una finzione statistica. Nessuno vive nella media.
Il World Economic Forum, in un rapporto di giugno 2026 realizzato con Oliver Wyman, ha provato a quantificare il costo corrente della frammentazione geoeconomica: tra 213 e 307 miliardi di dollari l'anno, con uno scenario severo che arriverebbe a 6.900 miliardi, pari al 6,4% del PIL mondiale. Anche qui, però, il dato che pesa davvero è quello sulla distribuzione: i paesi che restano fuori dai grandi blocchi geopolitici subirebbero un impatto del 10,7% contro il 6,4% globale. Non essere allineati costa più che scegliere il blocco sbagliato.
Il metodo, in tre domande
Per attribuire un costo bisogna prima scegliere una griglia. Questa inchiesta ne usa una sola, applicata a ogni caso: chi incassa il premio di scarsità (chi controlla una risorsa diventata improvvisamente rara), chi incassa il premio di aggiramento (chi vende il servizio di eludere una regola) e chi perde il diritto di ricorso (chi non ha più un arbitro a cui rivolgersi).
Le prime due voci sono redditi. La terza è una perdita che non compare in nessun bilancio, ed è probabilmente la più grande delle tre.
Voce primaIl premio di scarsità: chi possiede la strozzatura
Il 28 febbraio 2026 le operazioni militari statunitensi e israeliane contro l'Iran hanno innescato la ritorsione iraniana sul traffico commerciale nello Stretto di Hormuz. L'Agenzia Internazionale per l'Energia ha definito quel che è seguito la più grande interruzione di offerta nella storia del mercato petrolifero mondiale, e il suo direttore esecutivo Fatih Birol lo ha chiamato the greatest threat to global energy security in history
: la più grave minaccia alla sicurezza energetica globale mai registrata.
I numeri reggono la definizione. I flussi attraverso lo Stretto sono crollati da circa 20 milioni di barili al giorno a una media di 2,7 milioni nel trimestre marzo-maggio. I produttori del Golfo hanno tagliato la produzione di almeno 10 milioni di barili al giorno. Le perdite cumulate di offerta hanno superato 1,3 miliardi di barili. L'11 marzo i paesi membri dell'AIE hanno rilasciato 400 milioni di barili dalle riserve strategiche: la più grande azione collettiva di emergenza nei cinquantadue anni di storia dell'Agenzia. Al 18 settembre il Brent viaggiava sopra i 103 dollari, dopo un settembre chiuso in rialzo di oltre il 18%.
Quando una strozzatura si chiude, il valore non evapora: migra verso chiunque possieda un modo per aggirarla. E i proprietari di quei modi hanno fatto l'anno della loro vita.
Gli armatori
Le tariffe delle petroliere sono il termometro più onesto di questa crisi, perché misurano esattamente quanto vale la capacità di muovere un barile quando muoverlo è diventato difficile. A marzo la tariffa media mensile di una VLCC ha toccato 242.917 dollari al giorno, un aumento del 483% su base annua. A fine agosto la rotta di riferimento Arabia Saudita–Cina pagava 647.000 dollari al giorno secondo il Baltic Exchange, dieci volte il livello di un anno prima. Il 10 settembre Bloomberg riportava tariffe vicine agli 800.000 dollari giornalieri. Sulla rotta Golfo del Messico–Asia è stato offerto un noleggio a corpo da 29,5 milioni di dollari: circa 15 dollari per barile di solo trasporto.
Non è un picco transitorio. Kpler stima che i guadagni giornalieri delle VLCC resteranno sopra i 100.000 dollari anche nel 2027, contro una norma storica che raramente superava i 45.000. Il mercato ha già capitalizzato l'aspettativa: nell'ultimo anno il valore di una VLCC di cinque anni è salito del 30%, quello di una di vent'anni del 90%. Un portafoglio ordini di nuove costruzioni ai massimi storici sta trasformando una rendita di guerra in capacità produttiva permanente.
Il caso più istruttivo è coreano. Il gruppo Sinokor aveva accumulato, prima del conflitto, il controllo di circa 120 superpetroliere. A giugno una di quelle navi è stata noleggiata per una spedizione dal Golfo verso l'India a una tariffa pari al 897% del riferimento di rotta: nove volte il normale. Non è speculazione illegale né profittazione: è la remunerazione, perfettamente legale, di una scommessa direzionale sull'instabilità. Qualcuno, nel 2025, ha guardato la mappa e ha comprato navi.
Chi incassa
800.000 $/giornoTariffa record per una VLCC sulla rotta Golfo–Cina, settembre 2026. Dieci volte il livello di un anno prima. Valore di una nave di vent'anni: +90% in dodici mesi.
Chi paga
+40% / +50%Aumento del prezzo della benzina al dettaglio nell'Asia emergente e in Lesotho, Ruanda e Tanzania dall'inizio del conflitto. Il nolo è un costo di trasporto: arriva al distributore.
Le case di trading
Le società di intermediazione delle materie prime guadagnano sulla dispersione dei prezzi, non sul loro livello. La volatilità è letteralmente la loro materia prima, e il 2026 gliene ha fornita in abbondanza.
Trafigura ha chiuso il primo semestre del suo esercizio 2026 — ottobre 2025-marzo 2026 — con un utile netto di 4,1 miliardi di dollari. Vitol, il maggiore trader petrolifero al mondo, ha comunicato alle banche circa 2 miliardi di utile nel solo primo trimestre. Gunvor ha dichiarato di aver guadagnato, nei primi tre mesi del 2026, più che nell'intero anno precedente. Mercuria ha indicato un ritorno sul capitale nella parte alta della sua forchetta storica, tra il 25% e il 50%.
Vale la pena ricordare la struttura proprietaria di queste società, perché spiega dove finisce quel denaro: sono partnership possedute dai loro dirigenti. Vitol appartiene a circa 450 dei suoi manager; Trafigura conta circa 1.200 trader azionisti. Il 2026 non sta arricchendo un settore diffuso: sta arricchendo qualche migliaio di persone.
Gli assicuratori — e chi non può più assicurarsi
Il terzo beneficiario è il più tecnico e il più decisivo. Nelle quarantotto ore successive alla chiusura dello Stretto, i premi di assicurazione contro il rischio di guerra sono passati da circa lo 0,2% del valore dello scafo per transito a circa l'1%. Diversi club di protezione e indennizzo hanno ritirato la copertura. Il broker di riassicurazione Howden Re ha documentato coperture salite a cifre comprese tra 250.000 e 375.000 dollari per singolo viaggio, e la nascita di un consorzio dedicato da 400 milioni di dollari.
Qui accade qualcosa di più profondo di un rincaro. L'assicurazione diventa il vero meccanismo di chiusura dello Stretto: quando il premio rende antieconomico il viaggio, la rotta è chiusa anche se nessuno spara. L'apertura fisica e l'apertura commerciale di un passaggio marittimo sono due eventi distinti, separati da un calendario — quello del mercato assicurativo — che nessun negoziato controlla. È per questo che gli accordi di cessate il fuoco di aprile e giugno non hanno riportato il traffico ai livelli precedenti: il mercato del rischio aveva già riprezzato, e i prezzi non tornano indietro con la stessa velocità con cui salgono.
Chi possiede un bilancio abbastanza solido da autoassicurarsi continua a navigare e incassa la rendita. Chi non lo possiede resta a terra.
Voce secondaIl premio di aggiramento: l'economia della sanzione ignorata
Una sanzione non elimina uno scambio. Ne cambia il prezzo. E il differenziale tra il prezzo vecchio e quello nuovo è, letteralmente, il reddito di chi la aggira. Il caso russo lo dimostra con una nitidezza quasi didattica.
Dal 1° febbraio 2026 l'Unione Europea e il Regno Unito hanno sostituito il vecchio tetto fisso al prezzo del greggio russo con una formula dinamica: il 15% sotto la media semestrale dell'Urals, che ha portato il tetto a circa 44,1 dollari al barile. Uno strumento più sofisticato, tecnicamente ben congegnato, che avrebbe dovuto correggere i difetti del precedente.
A giugno l'Urals è stato scambiato in media a 63,18 dollari. A luglio a 60,22. Circa il 40% sopra il tetto. Nello stesso mese, il 54% del greggio russo via mare viaggiava su petroliere della cosiddetta flotta ombra già sottoposte a sanzioni; quarantasei di quelle navi operavano sotto falsa bandiera. Il Centre for Research on Energy and Clean Air, che monitora questi flussi mensilmente, ha concluso che il tetto ha funzionato solo brevemente e selettivamente, aggirato attraverso veicoli societari dedicati e crescita della flotta parallela.
Nel frattempo la pressione formale non si è affatto allentata: la Russia accumula oggi circa 26.655 designazioni sanzionatorie, più di Iran, Venezuela, Myanmar e Cuba messi insieme, diverse volte. Il 23 luglio 2026 l'Unione Europea ha adottato il suo ventunesimo pacchetto, con 218 nuovi inserimenti in lista e 41 ulteriori navi della flotta ombra.
Ventunesimo pacchetto. Ventiseimila designazioni. E un barile che continua a essere venduto a quaranta dollari sopra il tetto che lo vieta.
Il divario tra il dispositivo e il suo effetto è, da solo, un modello di business.Chi incassa quel divario? Non la Russia, o almeno non interamente: Mosca vende a sconto, e lo sconto dell'Urals sul Brent si è mantenuto attorno al 28%, circa 24 dollari al barile. Quello sconto è il costo dell'aggiramento, e va a finire nelle tasche di chi fornisce il servizio: armatori di navi anziane ricomprate sul mercato dell'usato, assicuratori extra-occidentali, intermediari commerciali in giurisdizioni compiacenti, raffinerie di paesi terzi che acquistano greggio a sconto e rivendono prodotti raffinati a prezzo pieno. La sanzione non ha cancellato la rendita: l'ha spostata di mano, allungando la catena e moltiplicando i pedaggi.
I costi, invece, si distribuiscono su chi resta dentro le regole. Ogni impresa europea che deve schermare controparti contro liste non allineate tra loro sostiene un costo di conformità crescente; il regime statunitense applica una responsabilità oggettiva, per cui si risponde anche in assenza di intenzione o conoscenza. La regola si trasforma così in un'imposta sui soggetti rispettosi e in un margine per quelli che non lo sono. È esattamente il profilo di incentivi che una regola non dovrebbe mai produrre.
Chi incassa
≈ 24 $/barileSconto dell'Urals sul Brent: il prezzo che il mercato attribuisce al servizio di aggiramento. Lo incassa la catena logistica parallela, non il venditore.
Chi paga
26.655 designazioniIl costo di conformità di un apparato che cresce di pacchetto in pacchetto, sostenuto dalle imprese che le regole le rispettano. E la credibilità dello strumento, spendibile una sola volta.
Voce terzaIl premio di impunità: quando sparisce l'arbitro
C'è una data che meriterebbe più attenzione di quanta ne riceva: dicembre 2019. È il mese in cui l'Organo d'Appello dell'Organizzazione Mondiale del Commercio ha smesso di funzionare, perché gli Stati Uniti avevano bloccato sistematicamente le nomine dei giudici fino a far scendere il collegio sotto il quorum minimo di tre.
Gli effetti sono misurabili, e sono drastici. Tra il 1995 e il 2019 i membri dell'OMC avevano notificato 169 appelli. Tra il 2020 e il 2026 ne sono stati notificati 26. Almeno 32 pronunce dei panel sono state impugnate «nel vuoto» — appellate a un organo che non esiste più, e quindi congelate a tempo indeterminato. Il numero di nuove controversie portate all'OMC è sceso a circa un terzo del livello precedente al blocco.
Quest'ultimo dato è il più eloquente. Non significa che le violazioni commerciali siano diminuite di due terzi. Significa che due terzi di chi le subiva ha smesso di denunciarle, perché ha capito che non serve.
Il rimedio costruito nel frattempo, l'accordo arbitrale provvisorio multilaterale (MPIA), conta oggi sessantuno partecipanti ma ha risolto una manciata di casi, e soprattutto esclude gli Stati Uniti, l'India, il Regno Unito e la Corea del Sud. L'impegno a non appellare nel vuoto vale solo tra i partecipanti. Il risultato è che oggi il diritto commerciale internazionale non dipende più dall'essere membri dell'OMC, ma dall'allineamento politico delle parti in causa.
Tradotto in economia: l'accesso alla giustizia commerciale è diventato proporzionale al potere. Un'economia grande non ha bisogno dell'arbitro, perché può ritorsionare da sola. Un'economia piccola non ha mai avuto altro che l'arbitro. Lo smantellamento dell'Organo d'Appello non ha distribuito il danno in modo uniforme: ha trasferito potere negoziale dai piccoli ai grandi, gratuitamente e senza che comparisse in nessun bilancio.
Il conto dei dazi, e a chi arriva
Sull'altro versante della stessa medaglia c'è la politica tariffaria statunitense, che dal 2025 ha riportato l'aliquota daziaria media effettiva americana attorno all'11,8% nella misurazione pre-sostituzione del Budget Lab di Yale: il livello più alto dall'inizio degli anni Quaranta.
Sul punto decisivo — chi paga davvero — la letteratura empirica ha smesso di essere controversa. Uno studio della Federal Reserve Bank di New York ha calcolato che fino ad agosto 2025 il 94% del costo dei dazi è ricaduto su imprese e consumatori statunitensi, scendendo all'86% entro novembre. Una rassegna del Peterson Institute su più studi indipendenti converge su circa il 90% per il 2025 nel suo complesso, con almeno un lavoro che attribuisce agli importatori l'intero onere. Il Budget Lab stima l'equivalente di una perdita di reddito tra 940 e 1.500 dollari per famiglia; la Tax Foundation calcola circa 1.000 dollari nel 2025 e 1.300 nel 2026, e classifica la misura come il maggior aumento di imposte negli Stati Uniti dal 1993.
A febbraio 2026 la Corte Suprema, nel caso Learning Resources v. Trump, ha dichiarato illegittimo l'uso dei poteri d'emergenza dell'IEEPA per imporre dazi. L'amministrazione li ha ricostituiti su una base giuridica diversa, la Sezione 122. È una vicenda che vale la pena leggere per quello che è: un controllo istituzionale ha funzionato, e ha prodotto non certezza ma sostituzione. Per un importatore, la differenza tra un dazio illegittimo e uno legittimo con la stessa aliquota è nulla; la differenza tra un quadro stabile e uno che cambia base giuridica ogni semestre è enorme, e si chiama costo del capitale.
Chi incassa
Potere negozialeLe economie abbastanza grandi da applicare da sole le proprie sanzioni commerciali. Senza arbitro, la regola vale quanto la capacità di farla rispettare.
Chi paga
−2/3 delle causeIl crollo delle controversie portate all'OMC rispetto al periodo pre-2019. Più i consumatori del paese che impone i dazi: tra l'86% e il 94% del costo resta in casa.
Voce quartaIl premio di paura: il portafoglio della sfiducia
Quando le istituzioni perdono credibilità, gli investitori non scrivono editoriali. Comprano coperture. E il prezzo di quelle coperture è il termometro più sincero di quanto il sistema sia ritenuto affidabile.
Le banche centrali hanno acquistato oro per una media di circa 1.000 tonnellate l'anno per quattro anni consecutivi, il doppio delle circa 500 del decennio precedente. Il dato emerge dall'indagine 2026 del World Gold Council, che ha raccolto le risposte di settantasei istituzioni, la partecipazione più alta in nove edizioni: l'89% dei gestori di riserve si attende un aumento delle riserve auree globali nei dodici mesi successivi, e il 74% una riduzione delle posizioni in dollari nell'arco di cinque anni.
Il prezzo ha seguito, con la violenza tipica dei mercati affollati: l'oro ha superato per la prima volta i 5.000 dollari l'oncia, ha toccato 5.595, poi ha perso quasi 1.200 dollari in due sole sedute, il calo più violento su due giorni dal 1983, e nel secondo trimestre ha ceduto circa il 16%, la performance trimestrale peggiore dal 2013. Nonostante ciò, le banche centrali hanno comprato 288,9 tonnellate nel solo secondo trimestre, il massimo mai registrato per un trimestre aprile-giugno, guidate da Polonia e Cina. Comprare su un calo del 16% non è speculazione: è allocazione strategica di chi ha un orizzonte a cinquant'anni.
Il dato più rivelatore, però, arriva dal Fondo Monetario: nel 2025 l'oro ha superato i titoli del Tesoro americano come quota delle riserve ufficiali mondiali.
Ma attenzione a non esagerare la storia
Qui è necessaria una correzione, perché la narrazione della «de-dollarizzazione» viene regolarmente venduta oltre quello che i dati sostengono.
Il sorpasso dell'oro sui Treasury è dovuto quasi interamente all'effetto valutazione: l'oro non è stato comprato in quantità sufficienti a spiegarlo, è semplicemente salito di prezzo. La quota del dollaro nelle riserve valutarie ufficiali, secondo i dati COFER del Fondo, era del 57,13% nel primo trimestre 2026, in aumento dal 56,42% del trimestre precedente. Una ricerca della Federal Reserve di New York pubblicata a settembre 2026 mostra che il calo decennale della quota del dollaro riflette le scelte di un piccolo numero di gestori di riserve, non una riallocazione diffusa: nei due periodi esaminati, all'incirca tanti paesi hanno aumentato quanto ridotto le loro posizioni in dollari. Brad Setser e Alex Etra hanno riassunto la questione con una formula efficace — «de-reservification, not de-dollarization» — osservando che né lo stock globale di riserve né quello di riserve in dollari è cambiato granché in dieci anni.
La lettura onesta è questa: il mondo non sta abbandonando il dollaro. Sta comprando un'assicurazione contro il sistema di cui il dollaro è il centro. Sono due cose diverse, e la seconda è più inquietante della prima, perché non richiede alcuna alternativa credibile per manifestarsi.
La rendita del riarmo
L'altra grande copertura è la spesa militare, e qui i numeri sono di una chiarezza brutale. Secondo il SIPRI, la spesa militare mondiale ha raggiunto 2.887 miliardi di dollari nel 2025, undicesimo anno consecutivo di crescita, pari al 2,5% del PIL globale: il livello più alto dal 2009. In un decennio la spesa è cresciuta del 41%. L'Europa ha fatto un balzo del 14%, a 864 miliardi. Stati Uniti, Cina e Russia insieme valgono 1.480 miliardi, il 51% del totale mondiale. Rapportato alla popolazione della Terra, fa circa 350 dollari a testa.
Sul lato dei ricavi, il caso emblematico è Rheinmetall: ricavi 2025 a 9,9 miliardi di euro (+29%), portafoglio ordini a 63,8 miliardi (+36%), ricavi del secondo trimestre 2026 in crescita del 39% e utile netto più che raddoppiato. Il bilancio federale tedesco 2026 destina alla difesa circa 108 miliardi di euro, il 25% in più dell'anno precedente.
Anche qui, però, la storia semplice è sbagliata. Il comparto europeo della difesa, dopo un 2025 straordinario, nel 2026 si è fermato: a fine maggio l'indice Stoxx Europe Aerospace & Defence era in calo dell'1,2% da inizio anno, contro un progresso del 4,8% del più ampio Stoxx 600. Rheinmetall stessa ha perso oltre il 16% in una seduta quando il ministero della Difesa tedesco ha cancellato un programma di fregate, e ha dovuto tagliare le previsioni di 300 milioni.
La lezione è importante e va detta con precisione: la rendita del riarmo è reale, ma non è un dividendo del caos. È un credito sui bilanci pubblici. Chi compra azioni della difesa non scommette contro la pace: scommette sulla capacità futura dei contribuenti europei di finanziare quei contratti. E infatti basta una firma in meno su un programma navale perché il titolo perda un sesto del suo valore in poche ore.
Voce quintaIl lato destro del registro
Fin qui la colonna del dare. Passiamo a quella dell'avere, che è meno fotogenica perché non produce utili trimestrali, solo bilanci pubblici che si assottigliano.
Il punto di partenza è il debito. Secondo l'UNCTAD, i paesi in via di sviluppo hanno pagato 921 miliardi di dollari di interessi netti sul debito pubblico nel 2024, il 10% in più dell'anno prima. Un numero record di 61 paesi destina almeno il 10% delle entrate pubbliche al pagamento degli interessi. Complessivamente, 3,4 miliardi di persone vivono in paesi che spendono più in interessi che in sanità o in istruzione.
Il rapporto UNCTAD di giugno 2026 aggiunge il dato che spiega la dinamica: tra il 2018 e il 2024, in novantanove paesi in via di sviluppo che ospitano 5,5 miliardi di persone, gli interessi pubblici sono cresciuti del 102% in un decennio, mentre le entrate crescevano del 39%. Non è un problema di debito eccessivo. È un problema di costo del debito che corre più veloce della capacità di generare reddito.
Su questa base già fragile si è abbattuto lo shock energetico. Il Global Development Policy Center dell'Università di Boston ha identificato dodici paesi che affrontano simultaneamente spread obbligazionari in aumento e scadenze di debito superiori alla mediana nel 2026: Costa d'Avorio, Repubblica Dominicana, Egitto, El Salvador, Ghana, Honduras, Giordania, Kenya, Mongolia, Paraguay, Ruanda e Uzbekistan. In alcuni di questi i sussidi ai combustibili fossili assorbono quote impressionanti della spesa pubblica: 28,3% in Uzbekistan, 28,0% in Egitto, 11,9% in Mongolia. Quando il petrolio sale, quei sussidi si gonfiano automaticamente, proprio mentre il costo di rifinanziare il debito aumenta. Le due pressioni arrivano insieme, e per costruzione.
La trasmissione ai prezzi è già visibile. L'ODI ha documentato aumenti della benzina al dettaglio di circa il 40% nell'Asia emergente e attorno al 50% in Lesotho, Ruanda e Tanzania. L'IFPRI ha misurato, su diciotto paesi africani, prezzi dei trasporti cresciuti in media di 6 punti percentuali sopra la norma stagionale, mentre in Nigeria l'inflazione alimentare è quasi raddoppiata tra gennaio e maggio, dal 9% al 17%. La bolletta petrolifera settimanale del Pakistan è passata da 300 a 800 milioni di dollari. Le Nazioni Unite hanno segnalato carenze non solo di carburanti ma di nafta, urea ed elio, con effetti a catena su fertilizzanti, plastiche e imballaggi.
E poi c'è l'ultima riga, quella che chiude il conto.
L'aiuto umanitario come variabile residuale
Nel dicembre 2025 l'OCHA ha lanciato l'appello umanitario globale per il 2026 chiedendo 33 miliardi di dollari per raggiungere 135 milioni di persone, con una priorità assoluta di 23 miliardi per 87 milioni: la richiesta più bassa dal 2017. Non perché i bisogni siano diminuiti — le persone bisognose stimate sono 239 milioni — ma perché chiedere di più era considerato irrealistico. Nel 2025 l'appello aveva raccolto circa 12 miliardi su 44 richiesti, il livello più basso di un decennio, e gli operatori umanitari avevano raggiunto 25 milioni di persone in meno rispetto al 2024. Oltre 320 operatori sono stati uccisi, in larghissima parte personale locale.
I tagli dei donatori sono documentati e sistematici: la Germania ha ridotto del 53% il bilancio per l'emergenza umanitaria, il Regno Unito porta l'aiuto pubblico allo sviluppo dallo 0,5% allo 0,3% del reddito nazionale lordo entro il 2027, la Francia ha tagliato oltre 2 miliardi di euro. E la connessione con la voce precedente non è un'illazione: l'obiettivo NATO del 5% del PIL entro il 2035, concordato nel giugno 2025, vincola meccanicamente la spesa discrezionale dei donatori europei per un decennio. Londra ha esplicitamente collegato il taglio all'aiuto allo sviluppo con l'aumento della difesa.
Il capo umanitario delle Nazioni Unite Tom Fletcher ha riassunto l'aritmetica con un paragone che non richiede commento: the world spent $2.7 trillion on defense last year
, e lui chiedeva poco più dell'uno per cento di quella cifra.
Chi incassa
2.887 mld $Spesa militare mondiale 2025, undicesimo anno consecutivo di crescita. Il 2,5% del PIL globale, massimo dal 2009. Circa 350 dollari per abitante del pianeta.
Chi paga
12 mld $Finanziamento effettivo dell'appello umanitario globale 2025, su 44 richiesti: il minimo del decennio. Venticinque milioni di persone raggiunte in meno rispetto al 2024.
Voce sestaL'asimmetria che spiega tutto: la copertura si compra
Se questa inchiesta avesse una sola conclusione da consegnare, sarebbe questa: il costo del disordine non si distribuisce in base all'esposizione, ma in base alla capacità di coprirsi. E la copertura è un bene di lusso.
Guardate come i diversi attori hanno affrontato lo stesso identico shock.
La Cina è arrivata alla crisi dopo dodici mesi in cui la produzione mondiale di petrolio aveva superato la domanda e le scorte globali avevano raggiunto 8,2 miliardi di barili, buona parte dei quali accumulati proprio da Pechino. Risultato: tra febbraio e maggio la Cina ha potuto tagliare le importazioni di greggio del 40%, pari a 4,6 milioni di barili al giorno, contribuendo in modo determinante ad alleggerire la pressione sul mercato mondiale. Non ha subìto il prezzo: lo ha modulato. Ad agosto, le esportazioni cinesi di prodotti raffinati erano cresciute del 12,7% su base annua, con il carburante avio a un massimo storico. La crisi è stata un margine.
L'India ha potuto assorbire oltre metà del rincaro del GPL per le famiglie vulnerabili e aumentare dell'11% i sussidi ai fertilizzanti. Il Kenya ha potuto ridurre l'IVA sui carburanti dal 16% all'8%, per novanta giorni. L'Egitto ha potuto calmierare il pane. Ogni gradino di questa scala corrisponde a un gradino di spazio fiscale, e ogni gradino più basso corrisponde a una protezione più sottile e più breve.
E poi c'è il caso che, da solo, racconta tutta la storia.
Il Canale di Suez, ovvero il conto di una guerra altrui
L'Egitto non ha partecipato ad alcuno dei conflitti degli ultimi tre anni. Ha semplicemente la sfortuna geografica di possedere un canale.
I ricavi dell'Autorità del Canale di Suez, che valgono una quota rilevante delle entrate in valuta forte del paese, hanno seguito questa traiettoria: circa 9,4 miliardi di dollari nell'esercizio 2022/23, record storico; 7,1 miliardi nel 2023/24; 3,8 miliardi nel 2024/25, dopo il dirottamento del traffico attorno al Capo di Buona Speranza a causa degli attacchi nel Mar Rosso; 4,67 miliardi nel 2025/26, in ripresa del 23% ma ancora a metà del livello pre-crisi. Il canale movimentava circa il 12% del commercio marittimo mondiale.
Cinque miliardi e mezzo di dollari l'anno di entrate valutarie evaporati per decisioni prese altrove, da attori su cui il Cairo non ha alcun controllo, in conflitti di cui non è parte. Nessun tribunale, nessun meccanismo compensativo, nessuna assicurazione. Solo il bilancio dello Stato che assorbe, e attraverso quel bilancio, oltre cento milioni di cittadini egiziani.
Questo è il disordine, contabilmente parlando: un sistema in cui chi genera il rischio non paga il premio, e chi paga il premio non ha generato il rischio.
SinossiIl tabellone
Riepilogo delle sei voci esaminate. Le cifre sono quelle più recenti disponibili al 19 settembre 2026; le fonti sono elencate in calce.
| Evento | Chi incassa | Chi paga |
|---|---|---|
| Chiusura di Hormuz | Armatori (VLCC fino a 800.000 $/g), trader (Trafigura 4,1 mld nel semestre), assicuratori, Cina | Importatori netti di energia; produttori del Golfo (Iraq, Kuwait, Qatar in contrazione); Medio Oriente e Asia centrale a +0,7% di crescita |
| Tetto al prezzo del greggio russo aggirato | Flotta ombra (54% dei volumi), assicuratori extra-G7, raffinerie di paesi terzi | Imprese conformi (costo di compliance); credibilità dello strumento sanzionatorio |
| Paralisi dell'Organo d'Appello OMC | Economie grandi, capaci di ritorsione autonoma | Economie piccole e medie: controversie avviate scese a un terzo del livello pre-2019 |
| Dazi statunitensi | Erario federale; settori protetti | Famiglie e imprese statunitensi: tra l'86% e il 94% dell'onere, 1.000–1.300 $ per nucleo |
| Erosione della fiducia istituzionale | Oro (1.000 t/anno di acquisti ufficiali), difesa (2.887 mld $ di spesa 2025) | Contribuenti presenti e futuri: la rendita del riarmo è un credito sui bilanci pubblici |
| Tagli agli aiuti | Bilanci della difesa dei donatori (vincolo NATO 5% entro il 2035) | 25 milioni di persone raggiunte in meno nel 2025; 239 milioni di persone in stato di bisogno |
ConclusioneLa contabilità mancante
Sarebbe comodo chiudere questa inchiesta con una tesi cospirativa: che qualcuno organizzi il disordine perché ci guadagna. I dati non lo sostengono, e sarebbe intellettualmente disonesto suggerirlo. Nessuno ha progettato la chiusura di Hormuz per far salire i noli delle petroliere. Il proprietario coreano che ha comprato centoventi navi ha corso un rischio enorme e avrebbe potuto perdere tutto.
Il problema è più banale, e per questo più difficile da risolvere. È un problema di struttura temporale e distributiva degli incentivi.
I guadagni del disordine sono concentrati, immediati e identificabili: un armatore, una casa di trading, un produttore di munizioni, un intermediario in una giurisdizione compiacente. Hanno un nome, un bilancio, un ufficio relazioni istituzionali e un orizzonte trimestrale. I costi del disordine sono diffusi, differiti e anonimi: qualche decimo di punto di inflazione in più in quarantadue paesi africani, un programma di vaccinazioni che salta in Sudan, una scuola non costruita perché il servizio del debito è cresciuto del 102% mentre le entrate crescevano del 39%, un container che arriva con due settimane di ritardo.
Da questa asimmetria discende una legge politica quasi meccanica: la coalizione che difende l'ordine è sempre più debole di quella che prospera nella sua assenza. Non perché la seconda sia più malvagia, ma perché è più concentrata, meglio informata e organizzata su orizzonti più brevi. È lo stesso motivo per cui le lobby settoriali battono sistematicamente l'interesse generale: non è una questione di moralità, è una questione di costi di organizzazione.
Il Fondo Monetario, nel suo documento di aprile, ha scritto una frase che meriterebbe di essere letta come una diagnosi e non come una clausola di stile: Elevated public debt and eroding institutional credibility further heighten vulnerabilities
. Debito pubblico elevato e credibilità istituzionale in erosione aggravano le vulnerabilità. Le due cose stanno insieme in quella frase perché stanno insieme nella realtà: senza credibilità istituzionale, ogni rischio va coperto individualmente, e coprirsi individualmente costa infinitamente di più che coprirsi collettivamente. L'ordine internazionale, spogliato di ogni retorica, era esattamente questo: un meccanismo di mutualizzazione del rischio. Smantellarlo non ha eliminato il rischio. Ne ha privatizzato la copertura, e reso il premio proporzionale all'inverso della capacità di pagarlo.
Esiste un rimedio, e non richiede alcun idealismo. Richiede contabilità.
Finché il costo del disordine resterà invisibile — sparso su quarantadue bollette del gasolio, su sessantuno bilanci statali strangolati dagli interessi, su venticinque milioni di persone che semplicemente non compaiono più negli elenchi degli assistiti — non esisterà alcuna pressione politica proporzionata al danno. Rendere quel costo misurabile, attribuibile e pubblicabile è la condizione preliminare di qualsiasi ricostruzione. Non è un atto di generosità: è la stessa operazione che la partita doppia compì nella Venezia del Quattrocento, quando stabilì che ogni credito dovesse avere un debito corrispondente e visibile sullo stesso foglio.
Per ora quel foglio non esiste. Il disordine continua a essere venduto come un evento meteorologico — imprevedibile, impersonale, senza responsabili — mentre produce ricavi trimestrali perfettamente tracciabili e perdite perfettamente prevedibili.
La domanda non è se il mondo possa permettersi l'ordine. Il mondo spende 2.887 miliardi di dollari l'anno per prepararsi al suo contrario. La domanda è chi, oggi, tragga vantaggio dal fatto che questa contabilità non venga tenuta.
Nota metodologica e fonti
Tutte le cifre citate provengono da fonti primarie istituzionali o da rilevazioni di mercato riconosciute, ciascuna indicata nel testo. I dati relativi a un conflitto in corso sono per natura provvisori e soggetti a revisione: le serie dell'AIE, dell'FMI e del CREA vengono aggiornate mensilmente o trimestralmente, e le stime sulle perdite cumulate di offerta petrolifera sono le più esposte a revisione. Le tariffe di nolo e i premi assicurativi riportati sono quotazioni di mercato riferite a singole rotte e date, non medie di periodo.
Le attribuzioni causali sono state mantenute prudenti: dove più fattori concorrono allo stesso effetto — per esempio sull'inflazione alimentare africana, che risente anche di variabili climatiche e valutarie indipendenti dal conflitto — il testo lo segnala. Nessuna cifra è stata stimata o estrapolata dall'autore.
- Fondo Monetario Internazionale — World Economic Outlook, aprile 2026 (Global Economy in the Shadow of War) e aggiornamento di luglio 2026; dati COFER sulla composizione valutaria delle riserve ufficiali, primo trimestre 2026.
- Agenzia Internazionale per l'Energia — Oil Market Report, marzo 2026; Sheltering from Oil Shocks, marzo 2026; commento sull'adattamento dell'offerta globale allo shock di Hormuz, giugno 2026.
- SIPRI — Trends in World Military Expenditure, 2025, aprile 2026, e SIPRI Yearbook 2026.
- UNCTAD — A World of Debt e rapporto sul costo del finanziamento esterno, giugno 2026.
- OCHA — Global Humanitarian Overview 2026, dicembre 2025.
- World Economic Forum / Oliver Wyman — Deepening Divides: The Cost of a More Fragmented Financial System, giugno 2026.
- Centre for Research on Energy and Clean Air (CREA) — analisi mensili sulle esportazioni russe di combustibili fossili e sulle sanzioni, febbraio-luglio 2026.
- World Gold Council — Gold Demand Trends, primo e secondo trimestre 2026; Central Bank Gold Reserves Survey 2026, giugno 2026.
- Federal Reserve Bank of New York — studi su incidenza dei dazi (2026) e su composizione delle riserve valutarie, Goldberg e Hannaoui (2026).
- The Budget Lab, Yale University — State of U.S. Tariffs, aprile 2026; Peterson Institute for International Economics, rassegna sull'incidenza tariffaria, agosto 2026; Tax Foundation.
- Baltic Exchange, Kpler, Howden Re e Breakwave Advisors — noli, valori delle navi e premi assicurativi di rischio-guerra.
- ODI Global, IFPRI, UN DESA e Global Development Policy Center, Boston University — trasmissione dello shock energetico ai paesi in via di sviluppo.
- Suez Canal Authority e CAPMAS — traffico e ricavi del Canale di Suez; Congressional Research Service per la cronologia del conflitto nel Golfo.
- Frontiers in Political Science (febbraio 2026) e International Affairs (Oxford) — dati sugli appelli OMC e sugli effetti della paralisi dell'Organo d'Appello.
About Magazine — testata registrata, edita da ALG srls
Direttore responsabile: Leo Mila
Pubblicato il 19 settembre 2026 · Sezione Geofinanza
Riproduzione riservata